CONFEDERAZIONE DEGLI AGRICOLTORI EUROPEI E DEL MONDO

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TUTTI PER UNO O UNO PER TUTTI?

Mentre lo Stivale va in fumo, gli agricoltori transalpini ringraziano il neo Presidente della Repubblica per le promesse mantenute.

"Permettere agli agricoltori di vivere dignitosamente" - E. Macron.

Dal 20 luglio, in Francia, si sono insediati gli "STATI GENERALI DELL’ALIMENTAZIONE" per frenare la guerra dei prezzi nella GDO, in modo da rispondere alle aspettative dei consumatori e, nel contempo, di creare le condizioni per una vita migliore per la gente dei campi. Di fatto è stato messo in pratica il programma agricolo che reiteratamente Macron ha rimarcato in campagna elettorale.

Gli Stati Generali dell’Alimentazione lavoreranno quattro mesi per ricercare soluzioni sostenibili e capaci di dare una risposta concreta, entro la fine di novembre, alla chiusura di molte aziende agricole.

È noto, negli ambienti agricoli, che il sistema di fissazione dei prezzi delle derrate è abbastanza complesso. Di base si può dire però che chi detta legge è la grande distribuzione organizzata che manipola i prezzi in funzione degli interessi delle filiere.

Per quanto riguarda il manzo, ad esempio, in Francia il prezzo d’acquisto è negoziato tra allevatori e commercianti o mattatoi. È poi un ente pubblico, France AgriMer, che calcola una tendenza media a partire dai prezzi d’acquisto dichiarati dai mattatoi. La grande distribuzione può tuttavia proporre acquisti in grande quantità ad un prezzo fisso mettendo pressione sul mattatoio, il quale la fa ricadere sul fornitore per poi scaricare il tutto sul produttore.

Questo meccanismo di fissazione del prezzi è simile anche da noi e crea delle tensioni ricorrenti nella filiera: dall’allevatore al consumatore, passando per il macellatore o la grande distribuzione, ognuno tenta di cavarsela per conto suo e, in caso di crisi, ognuno scarica la responsabilità sull’altro. L’agricoltura francese, come del resto quella italiana e di molti altri paesi dell’Unione, è in crisi da decenni, ma il suo stato negli ultimi anni si è aggravato al punto da far temere un abbandono di massa.

Non è così semplice individuare un’unica causa. Ma un dato è inconfutabile: nel medio e lungo periodo vi è una doppia diminuzione, da un lato quella del numero di aziende e in special modo di quelle zootecniche, dall’altro del numero di capi di bestiame. Secondo i dati del Ministero dell’agricoltura francese (per ritornare in Francia), nel 2010 le aziende agricole erano un po’ meno di 515.000, contro quasi le 700.000 nel 2000. Anche il patrimonio bovino francese è diminuito: era di 20 milioni di capi bestiame nel 2000, mentre oggi si contano circa 19 milioni.

Altro problema noto è l’invecchiamento degli agricoltori francesi. Secondo la mutua sociale agricola (MSA), da una età media di 48-52 nel 2011, oggi i capi azienda hanno all’incirca 54-60 anni. Insomma, il solito quadro a tinte fosche, non diverso da quello che incornicia l’agricoltura nostrana.

Ordunque, i cugini d’oltralpe affrontano la crisi del "sistema agricoltura" facendo un proprio "sistema", che considerando tutte le variabili, coinvolge, non solo gli agricoltori, ma avvalendosi di tutti gli attori dell’indotto, nel quale hanno un ruolo decisivo la ricerca, la scuola e il marketing.

Il presidente della FNSEA, il principale sindacato agricolo della Francia, sostiene che: "gli agricoltori non hanno redditi, poiché i prezzi oggi non coprono i costi di produzione. Questa constatazione sarà al centro dei prossimi stati generali insieme alla questione della creazione del valore e della sua ripartizione.

Da qualche anno gran parte del valore viene distrutto in aspre negoziazioni commerciali in una guerra fratricida in cui prevale il dogma del prezzo e nella quale, ovviamente, a soccombere sono gli agricoltori.

Siamo ad un punto di svolta: o si considerano necessari gli agricoltori e la produzione francese è importante, o il mondo diventa un grande supermercato senza regole in cui ognuno acquista dove i prodotti sono meno cari e l’attività abbandona il paese definitivamente". " Ma tutto ciò non basta - continua il numero 1 della Confederazione francese -È necessario rafforzare l’ambito delle negoziazioni commerciali e invertire la logica di costruzione dei prezzi per fare in modo che non siano imposti dal distributore, ma che dipendano da contratti equilibrati e durevoli. In parallelo, per l’esportazione, la Francia deve favorire la propria competitività dei prezzi e dei prodotti, poiché i mercati esteri sono dei trampolini di sviluppo e di crescita".

Questa è una lezione di responsabilità e non solo sindacale.

Come non condividere l’idea che l’agricoltura abbia bisogno di rinnovarsi e di modernizzarsi. Vanno infatti abbattute le barriere ideologiche. Le produzioni devono innanzitutto tenere conto delle tavole dei consumatori che non sono legati esclusivamente al prezzo e non sono affascinati dagli scaffali di questo o di quell’altro ipermercato.

I consumatori chiedono maggiore sicurezza, qualità certificata, nonché di conoscere l’origine delle materie prime con zero aggiunte di miscugli e additivi spesso camuffati da integratori. Ma ciò che conta maggiormente è la certezza che tutto sia vero e fedele alle indicazioni, ma non perché sono obblighi di legge, ma perché frutto della serietà di chi produce e possibilmente delle filiere che hanno bisogno di regole certe.

Se così fosse anche nel Bel paese, dove purtroppo ha preso piede l’esercizio de "il mio maggiore amico", l’agricoltura potrebbe passare dalle "lacrime" alla "speranza", dimenticando i trionfi di carta costruiti da EXPO spa, del quale, l’unico ricordo, è il giallo colore dell’albero della vita.

Eppure tutti i nostri sono "orgogliosi" di servire il proprio Paese, come dire “tutti per uno", salvo poi rilevare che dagli ultimi dati pubblicati da GfK - fonte affidabile di informazioni sui consumatori e mercati - l’Europa continua a vivere un periodo favorevole per quanto riguarda il sentimento dei consumatori. Dopo aver registrato a inizio 2017 il valore più alto degli ultimi 10 anni, l’indice di fiducia rimane positivo, attestandosi a 19,1 alla fine di giugno - l’Italia, però, si conferma fanalino di coda ed anche nel 2° trimestre le aspettative economiche hanno registrato un livello più basso dei 27 paesi UE.

La domanda è quindi: Tutti per Uno o Uno per Tutti?

Pubblicato il 28 07 2017 alle 13:49 da Comunicazione e Stampa

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