G7 E DINTORNI – IL MINESTRONE

Ott 16, 2017 | News

La casella postale del ministro Martina è piuttosto piena. Alle tante lettere si aggiunge quella di Antonio Baroncini (presidente UGC Ravenna). Noi agricoltori gli argomenti li conosciamo e registriamo con favore la posizione con la quale la CISL ha sollecitato il Ministro a guardare l’agricoltura nel suo vero volto (che è l’espressione dello sconforto di migliaia di frutticoltori ridotti in ginocchio da un mercato prepotente e che permette la valutazione delle pesche a 20 centesimi al chilogrammo). L’organizzazione agricola della CISL, quindi, impegna il ministro in un programma che affronta complessivamente il settore frutticolo.

Ciò che ci spinge ad essere solidali con l’unione generale coltivatori è l’inderogabile convocazione di un Tavolo Ortofrutticolo Nazionale.
La rabbia monta perché il Sig. Ministro non ascolta gli uomini delle campagne e si abbandona ai “papiri” come la “Carta di Milano” di cui restano solo buone intenzioni.

L’atteggiamento del Ministro Martina, uomo politico di primo piano in un partito che si richiama ai lavoratori, non trova spazio e spiegazioni, né si può ricondurre a scelte imparziali visto che la sua interpretazione della “democrazia” non rispecchia lontanamente la Costituzione, sulla e per la quale, ha giurato di servire il Paese.

Gli agricoltori dopo anni gridano la loro rabbia ribadendo che non è pensabile come ancora oggi, dopo 50 anni dal regolamento comunitario sulle associazioni dei produttori ortofrutticoli AOP e dalla legge n. 622/67, ci si ritrovi con delle pesche valutate a 20 centesimi al chilogrammo. In questo modo è impossibile coprire i costi di produzione; ed è per questo che diviene fondamentale predisporre un fronte unitario per la vendita dei prodotti ortofrutticoli in modo che siano i produttori a negoziare il prezzo degli stessi.

Problemi vecchi mai risolti, visto lo scollamento nel sistema delle organizzazioni dei produttori – “OP” -. Tutto questo avviene mentre gli agricoltori rivendicano gli incentivi per il rinnovo varietale, l’integrazione delle strutture logistiche e commerciali per concentrare l’offerta e l’introduzione del principio di reciprocità nelle importazioni/esportazioni dei prodotti agricoli. Insomma la solita protesta inascoltata mentre i problemi si moltiplicano e il tempo scorre lasciando come ricordi: grandine, alluvioni, disastri mai visti prima e temperature torride.

La gente comune commenta:

“Chiudono la stalla quando i buoi son scappati”.

Ormai le migliaia di ettari di frutteto non verranno mai ripiantate, e quindi, meno manodopera per i braccianti e un patrimonio incredibile bruciato nei biodigestori. La verità è che la campagna e chi ci lavora vengono ignorati e così facendo si produce lo spopolamento delle aree rurali. A questo punto, invece di continuare ad agognare un cambiamento che, anno dopo anno, non arriva e che però tiene attaccato al settore gli ultimi irriducibili che continuano ad accumulare perdite, non sarebbe meglio dire la verità? Settore finito, punto e a capo.

Dal palazzo dell’agricoltura prima il silenzio, poi ufficialmente il Ministro si dice “olto soddisfatto” delle misure “per i giovani agricoltori”, per il “taglio di burocrazia che arriva con le nuove regole e i miglioramenti apportati alla gestione del rischio”. Si sta parlando di “Omnibus” il regolamento che semplifica la PAC, dopo la riforma del 2013.

Le modifiche razionalizzano la gestione amministrativa della parte degli aiuti diretti, vincolata al rispetto di pratiche agricole “verdi”, rendendo più facile agli agricoltori l’accesso a strumenti di gestione del rischio (come fondi mutualistici e assicurazioni) e rafforzano la posizione delle organizzazioni dei produttori nella contrattazione con le altre parti della filiera.

Mentre a Lussemburgo si discute di PAC, a Bergamo è di scena il G7 agricolo. Presenti i ministri dell’Agricoltura di Italia, Giappone, Francia, Germania, Canada, Regno Unito e Stati Uniti d’America, e con loro i rappresentanti di Unione Europea, Fao, Ocse, Ifad e World Food Programme.
Il cavallo di battaglia del nostro ministro è “la tutela del Made in Italy, la guerra alla contraffazione, l’abolizione della fame nel mondo (da debellare entro il 2030) e la razionalizzazione di cibo, energia, risorse”.

Tra gli intervenuti nella conferenza “Fame Zero” quello del segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, il quale ha esplicitamente preso le parti degli agricoltori contro le multinazionali del cibo e la grande produzione da grandi numeri e grandi interessi. «Gli agricoltori – ha detto il sacerdote – vanno tutelati e messi nelle condizioni di vivere, non di sopravvivere del loro lavoro». Sull’argomento il Ministro Maurizio Martina si è così espresso: «Occorre lavorare per tutelare il reddito di contadini, allevatori e pescatori, e dobbiamo farlo soprattutto guardando al tema del cambiamento climatico e al come questo gigantesco fenomeno impatta sui modelli agricoli familiari. Dobbiamo trovare nuovi strumenti di tutela di queste esperienze nei rischi dovuti al clima». Per finire la lista delle doglianze: “Ricerca, innovazione tecnologica, agricoltura di precisione digitale, garanzia di competitività, puntare di più sugli investimenti e sulle iniziative a favore delle imprese”. Tante e tante parole, ma poi?
Da poche ore sul G7 è calato il sipario con l’adozione unanime della “Dichiarazione di Bergamo”.

“500 milioni di persone fuori dalla fame tra meno di 13 anni “- ha puntualmente detto il Ministro Martina come Presidente G7 Agricoltura “La fame – ha continuato – è una questione prima di tutto agricola, e questo anche perché la maggioranza delle persone che soffrono vive in aree rurali. In questo G7 c’è stata una partecipazione straordinaria di giovani, organizzazioni non governative, istituzioni e associazioni che hanno dato spunti interessanti. Dobbiamo finanziare la subsidenza per rilanciare la sfida per garantire davvero il diritto al cibo di ogni essere umano a qualunque latitudine”.

Come non condividere le buone intenzioni della “Dichiarazione di Bergamo” e quelle contenute nelle altre carte? E come non apprezzare l’annuncio di investimenti per contenere la subsidenza, le agevolazioni per esportare le nostre eccellenze e il potenziamento della cooperazione con il nobile fine di debellare la piaga della fame in un mondo in cui ci sono milioni di obesi.
La verità è che il ministro Martina ci ha servito il solito “MINESTRONE”.
Il titolare dell’agricoltura dopo aver sottolineato che tutto è avvenuto di comune accordo, ha sottolineato come le priorità siano:

– La difesa dei redditi dei produttori agricoli, soprattutto piccoli, dai disastri climatici (in questo andrebbe coinvolta la Fao);

– l’aumento della cooperazione agricola, l’impegno a rafforzare la trasparenza nella formazione dei prezzi e nella difesa del ruolo degli agricoltori nelle filiere, soprattutto di fronte alle crisi di mercato e alla volatilità dei prezzi;

– L’abbattere, con nuove politiche, gli sprechi alimentari che oggi coinvolgono un terzo della produzione alimentare mondiale;

– L’adottare politiche concrete per la tracciabilità e lo sviluppo di sistemi produttivi legati al territorio.

Che ne dite? Non sono un po’ troppi ingredienti per un “MINESTRONE” di qualità visto che molti altri simili sono in cottura da anni e del loro profumo si inebriano solo i cuochi?