IL TASCAPANE

Gen 19, 2018 | News

Mancano 40 giorni al voto e sembra che l’agricoltura non sia interessata alla competizione, evidentemente le più strette sigle collaboratrici del Governo e del titolare del Dicastero Agricolo sono soddisfatte di quanto è stato deciso per gli agricoltori nella legge di bilancio 2018. E forse c’è anche qualcosa fuori dal sacco e diversi decreti già concordati. Insomma come non mai il primario è stato gratificato.
E poi come non mai da noi c’è la corsa a chi la spara più grossa. Chissà se negli altri paesi della UE, dove si vota, accade quello che per noi è un appuntamento molto sentito e che potrebbe decidere i destini del Belpaese e della stessa Europa.
Non tutti però sono sulle frequenze dello scacciapensieri, sulla stampa di settore si legge della delusione di certi personaggi che fanno a gara per ridurre e in molti casi eliminare tasse e balzelli. Ma non tutti vivono di luce riflessa e più di uno lamenta la pochezza degli argomenti e della mancanza di tatto. La verità è che l’agricoltura non è quella che raccontano, bensì un settore che ha bisogno di suggerimenti e programmi propulsivi per fare in modo che vengano impiantate produzioni che rispondono alle esigenze di tutti, e in primis che combattano la fame in un pianeta dove le disuguaglianze sembrano non finire mai.
I lavoratori della terra chiedono chiarezza, iniziative e proposte vere e realizzabili. Il tetto è rotto e la casa fa acqua, bisogna riparare i danni per il rischio alluvione. Le nostre aziende sono ancora alle prese con i danni dell’ingordigia causati da trent’anni di mancanza di una politica agricola nazionale e di una gestione della PAC eccessivamente sbilanciata a favore delle monoculture (da sempre appannaggio di macro imprese in capo agli industriali).

Noi di Confeuro non siamo interessati ad ascoltare le solite prediche, ricche di vedremo e faremo, ma avremmo voglia di confrontarci sulle strategie e sulle collaborazioni messe in campo per raggiungere risultati tangibili.

Bisogna comprendere che è necessario alleggerire definitivamente le pastoie della burocrazia e proseguire sulla strada della trasparenza e della corretta informazione verso i consumatori, e soprattutto è indifferibile la gestione democratica delle scelte che condizioneranno il futuro delle nuove generazioni (da non confondere con le start-up che vanno seriamente sostenute).
L’invenzione del tascapane si perde nella notte dei tempi e sta ancora cercando di orientarsi. Stando al vangelo secondo Ugo, Caino uccise Abele con un tascapane imbottito di ghisa.
La prima reale testimonianza della presenza del tascapane la troviamo su un bassorilievo assiro del 1274 a.C. – poi nell’impero Romano. Sparisce e ricompare in America nel 1800, in uso ai cowboy. Un oggetto trasversale e sempre al passo con i tempi.
Durante i conflitti mondiali ogni soldato in assetto da combattimento ne aveva uno in dotazione assieme allo zaino, il fucile d’assalto, la giberna, la pistola, le granate, il kit medico, la maschera antigas, un impermeabile, una coperta e il termos col caffè. L’immaginario collettivo era come la tasca di Eta Beta e dentro poteva esserci di tutto.
Oggigiorno ci sono agricoltori che vanno in campagna e portano con loro una sola ricchezza: il tascapane per rompere il digiuno. Nel senso che lo stato normale del contadino non è quello di una sazietà interrotta da periodi di fame, quanto piuttosto quello di digiuno interrotto solo da brevi assunzioni di cibo.
Il contadino parte la mattina e porta con sé il tascapane con dentro quello che potrebbe mangiare durante la giornata, ma di questi tempi il tascapane è sempre pieno ed ogni giorno diventa più pesante. Un peso enorme al punto che i nostri coltivatori stentano a camminare.
“Come mai anche oggi ti stai trascinando?” Dice il figlio al padre. Meglio così, sono ricco di inviti, tutti si sono ricordati di noi. E cosa chiedono i nostri conoscenti? Niente, tutti mi ricordano del certificato elettorale. E tu cosa rispondi? Il mio tascapane è grande. Dentro c’è anche il lasciapassare, ma prima c’è la fatica, la fame, il caldo, le zanzare e la stanchezza che spacca le ossa, poi c’è il riposo. Si tratta di una piccola pausa in un mare di fatica, è un momento di vera conciliazione con il mondo che mi capita raramente, solo quando vado a votare.