L’AGRICOLTURA E’ NEL POZZO

Giu 30, 2017 | News

Che tristezza rilevare che noi agricoltori siamo uniti solo nelle disgrazie e nei disastri che falcidiano i raccolti, colpiscono e abbattono i nostri allevamenti, fanno crollare le stalle e diffondono in noi un senso amaro di disperazione che via via ci costringe ad accettare quel peggio chiamato: rassegnazione

Oggi il nostro primo “nemico” si chiama sole, artefice di quel caldo torrido che oltre ad aver seccato il grano e gli altri cereali sta completando la sua azione distruttiva aiutato dalla carenza di acqua. Purtroppo ci sono volte in cui questi fenomeni naturali creano molto più di qualche danno e mietono invece vere e proprie vittime.


Gli agricoltori della borgata Torremaggiore:

Ci siamo ritrovati al circolo bocciofilo per vedere cosa fare e come aiutarci a vicenda. Domenico è un allevatore con 200 capi e subito sbotta: “Rischio di perdere le giumenche troppo giovani. Col caldo non ce la fanno, si sono accasciate e non fanno più il latte. Nella stalla ci sono 40° e i ventilatori sono insufficienti. Anche l’acqua va razionata.”

E da dietro Giovanni: “ Io i cocomeri li sto perdendo, con il caldo asfissiante che fa sotto le serre è tutta una sauna. I braccianti devono smettere alle nove!”

“Ricordo..” – dice Michele, un anziano agricoltore –“..l’estate del 2003, quando si superarono i 40 gradi e decine di migliaia di mucche furono macellate d’urgenza. Morirono anche vitellini ancora in grembo o appena nati. Il sole che picchia su uomini e bestie brucia ogni coltura e il rischio incendi è elevatissimo. Non ci resta che sperare in qualche temporale. Le mucche sono animali robusti, hanno grande capacità di recupero.”.

Verso il tardi si accende una discussione, gli agricoltori della borgata Torremaggiore parlano e dicono contro tutto e contro tutti. Nella confusione appare però Beppe che ferma la massa con i suoi potenti strilli: “smettiamola di piangerci addosso, non è la prima volta che l’agricoltura cade nel pozzo”. Improvvisamente cala il silenzio e tutti gli agricoltori, consapevoli delle capacità narrative di Beppe, gli si avvicinano. E Beppe inizia: “anni addietro anche un asino cadde nel pozzo, ma nonostante questo rimase tutto intero. Il pozzo però era stretto e non poteva più uscire. Il padrone li per lì si fece i conti e visto che il ciuco era vecchio e il pozzo non aveva più acqua, decise di chiudere definitivamente l’apertura seppellendo vivo l’asino. Così chiese collaborazione agli altri della zona e tutti presero a riempire il pozzo con palate di terra. Il povero asino capì che lo stavano seppellendo vivo e cominciò a ragliare a più non posso.

Dopo qualche decina di palate però i lamenti cessarono e il silenzio accompagnò l’attività per molto tempo ancora. Il padrone, a quel punto incuriosito, decise di guardare nel fondo del pozzo. Quello che vide lo lasciò a bocca aperta: ad ogni palata di terra che gli buttavano a addosso, l’asino scrollava il dorso, la terra cadeva e l’asino ci saliva sopra. Quando il padrone dell’animale si accorse del tutto ormai era troppo tardi e quindi non potette far altro che guardarlo uscire trotterellando”.

“Se non lo avete capito – dice Beppe – la morale è che mentre la politica non fa altro che cercare di seppellirci, noi saremo come quell’asino e resisteremo anche a questo.”