LE LIBERALIZZAZIONI PERDUTE

Mag 23, 2013 | News

Sembra una storia di secoli fa, e invece, il tentativo di liberalizzare alcune delle categorie economiche più chiuse d’Italia non è affatto così antico. In molti hanno tentato di introdurre il tema, per ultimo il governo Monti, ma alla fine, come in una costante tutta italiana, dopo migliaia di righe e parole, non si è fatto più nulla di incisivo e le corporazioni che hanno dominato la seconda Repubblica sono ancora tutte lì con i loro blocchi di potere contrapposti e conviventi. E si perché da noi in Italia funziona così: ci sono centinaia di gruppi con altrettanti centinaia di interessi che hanno come primo obiettivo la conservazione e il mantenimento dei propri privilegi. Da un certo punto potremmo dire che siamo un paese con “un proporzionale di fatto” e che il maggioritario lo applichiamo solo, quando ci si riesce, alla scheda elettorale.

Per quanto sia comprensibilmente difficile riuscirsi a districare tra le centinaia di corporazioni e lobby più o meno dichiarate che dominano la penisola, è anche questo il compito di un governo. Il suo obiettivo infatti non è preservare o disinnescare gli interessi di uno o l’altro, ma quello di guardare al bene della collettività e dei cittadini nel loro insieme.

Purtroppo sembra che questa regola elementare del buon governo proprio non rientri nel fare quotidiano e che, anzi, le istituzioni siano interpretate come un luogo di incontro e di mediazione tra chi attraverso gli interessi privati gestisce di fatto la cosa pubblica. E’ questa l’origine della crisi delle grandi organizzazioni di rappresentanza in Italia: la sconfitta dell’interesse generale a vantaggio di piccolissimi e potentissimi particolarismi.

Il governo Letta non sembra avere la forza per inaugurare una stagione di cambiamento e per dare un volto nuovo, magari anche più credibile a livello internazionale, all’Italia. D’altronde per farlo bisognerebbe saper cambiare parametri e prospettive, e questo esecutivo invece, nostro malgrado, sembra proprio la riproposizione di quel connubio di grandi interessi trasversali a svantaggio del bene comune che hanno affossato l’Italia.