TARANTO: ANCORA FUMO NEGLI OCCHI

Nov 27, 2012 | News

Alla fine, nonostante i mesi, nulla è cambiato a Taranto. I media fanno passare questa triste vicenda come un braccio di ferro tra governo e magistratura, ma non è così. Quel che accade nella città pugliese, infatti, è un chiaro esempio di modelli di sviluppo ‘contro natura’, basati sullo sfruttamento del territorio e delle persone. E’ chiaro che non si può colpevolizzare chi difende con i denti il proprio posto di lavoro o chi è stanco di vivere all’interno di una colossale nube tossica, non sono certo queste persone ad aver causato tutto questo, ma il creatore di questo mostro e di questo dualismo: lo Stato

L’annuncio della chiusura dello stabilimento per motivi di sostenibilità economica è una vera e propria beffa per l’intero Stato italiano. E sì perché se anche fosse vero che l’Ilva con gli impianti sotto sequestro non è in grado di continuare la produzione, è comunque lei che dovrà rispondere del disastro ambientale causato e dello smaltimento delle strutture che fanno capo all’azienda e che occupano mezza città. Purtroppo, nonostante tutti facciano finta di no, stiamo rivedendo un film già visto e non è difficile immaginare come andrà a finire: con un eco-mostro abbandonato nel cuore dell’undicesima città (per dimensioni) d’Italia, con l’Ilva che si chiamerà chissà come in un qualche paese straniero con tante aspirazioni economiche e un po’ più disattento sul versante ambientale e con qualche migliaia di disoccupati in più.

L’unica speranza è che qualcuno riesca a vedere quali occasioni nasconde agli occhi dei più disattenti la città di Taranto, questo fiore all’occhiello del mar Ionio lasciato marcire sotto le nubi della metallurgia e che invece sarebbe perfetto per settori come quello agricolo. Il problema è che prima che tutto questo possa accadere bisognerà bonificare e depurare il territorio dal passaggio, certo non indolore, dell’Ilva. Ma chi si farà carico di tutto questo? Difficile dirlo. Di sicuro non lo Stato italiano. Il suo menù di oggi è lo stesso di ieri e si chiama austerità.