AGRICOLTURA MAFIOSA

Nov 17, 2017 | News

Mentre ci stiamo ancora leccando le ferite provocate dai fendenti dei gladiatori di Svezia in quel di Milano la tv ci regala gli ultimi capricci dei diversi numeri Uno della politica, gli stessi del calcio dello stivale. E tutto questo avviene mentre noi agricoltori, nel frattempo, ci ritroviamo tutti iscritti “all’albo dei “mafiosi”.

Scatta infatti domenica 19 novembre l’obbligo di produrre il certificato antimafia previsto dalla legge n.161del 17/10/17. Sostanzialmente la nuova norma impone a tutti i possessori di terreni agricoli che percepiscono fondi europei di dotarsi della cosiddetta certificazione antimafia. La pena è la perdita dei contributi UE .

Con la precedente normativa l’obbligo del certificato antimafia era legato a coloro che incassavano aiuti comunitari per oltre 150 mila euro. Ma ora il provvedimento si estende a macchia d’olio e se entro domenica prossima (quando appunto entrerà in vigore la nuova normativa) non interverrà un emendamento correttivo, tutti i pagamenti di contributi PAC e PSR legati a superfici agricole saranno bloccati in assenza della certificazione antimafia da parte del percettore.

Non solo, ma la distrazione del legislatore potrebbe mandare in “bambola” le Prefetture, le uniche titolate ad emettere le certificazioni antimafia per circa un milione di potenziali richiedenti.

È verosimile quindi che la situazione divenga questa: le macro-aziende agricole condotte dagli industriali dell’agricoltura già in possesso della certificazione antimafia potranno essere pagate, mentre quelle medie o piccole, che degli aiuti comunitari ne fanno una ragione, rischiano di soccombere definitivamente per l’assenza del certificato antimafia e del tempo per conseguirla.

Ora in Parlamento sembrano essere diventati tutti piccoli agricoltori, e sono in movimento per cercare di correggere l’evidente stortura con un emendamento che rettifichi la normativa, ristabilendo un tetto entro il quale la certificazione antimafia non viene richiesta.

I maligni fanno osservare che il tutto sarebbe stato architettato per dare sfogo ad alcune tendenze “giustizialiste” che potrebbero ostacolare un percorso di normale buonsenso. Comunque accertare che i fondi pubblici finiscano alle persone oneste è un dovere delle pubbliche istituzioni. Ciò che è inaccettabile sono i tentativi di modificare le carte in tavola a ridosso dei pagamenti o con pagamenti in corso.

L’agricoltura non è un hobby o un passatempo, e nemmeno una partita di pallone. Chi vive lavorando la terra non può permettersi il lusso di perdere il raccolto.

Alla luce delle continue distrazioni siamo in tanti a domandarci: “Dove va l’agricoltura? Le istituzioni ritengono gli agricoltori ancora necessari per produrre cibo e tutelare e salvaguardare il territorio e l’ambiente?

Senza la presenza dei piccoli agricoltori il pianeta si trasformerà in un grande supermercato senza regole in cui ognuno acquisterà nei luoghi dove i prodotti sono meno cari e senza certezze sulla salubrità dei prodotti.
Se si procede nella direzione sbagliata, continuando a mistificare la realtà mentre l’agricoltura chiede “chiarezza e verità”, l’orizzonte non potrà che essere tetro.

Gli operatori agricoli chiedono l’abbattimento dei tanti tabù dietro i quali si nascondono operazioni che alimentano dubbi e perplessità perché credono nel loro lavoro e puntano a rinnovarsi e a crescere strutturalmente. Chiedono altresì l’abbattimento delle barriere ideologiche per scommettere sulla qualità e sull’eccellenza dei prodotti nel pieno rispetto delle norme di sicurezza.

I consumatori chiedono cibo salubre e qualità certificata, nonché di conoscere l’origine delle materie prime senza l’aggiunta di miscugli e additivi spesso camuffati da integratori. Ma ciò che conta maggiormente è la certezza che tutto sia vero e fedele alle indicazioni. La domanda allora diventa: ma perché questi elementi sono obblighi di legge?

Se questa filosofia divenisse parte del Bel Paese, dove purtroppo ha preso piede l’esercizio “del mio maggiore amico”, l’agricoltura potrebbe passare dalle “lacrime” alla “speranza”.

Nella pianificazione del lavoro infatti, intesa come collaborazione tra persone, dev’essere riservato un ruolo centrale all’agricoltore, e questo perché il lavoratore è una ricchezza che valorizza l’impresa. E valorizzare le imprese agricole, credeteci, significa valorizzare l’Italia.