AGRICOLTURA: UN RACCONTO DEGLI ANNI SESSANTA

Mag 17, 2012 | News

In periodo di crisi non c’è scelta peggiore che contrarsi, tagliare gli investimenti e aspettare che passi la tempesta. E’ per questo che a pesare su di una crisi i cui effetti sono devastanti è anche la scomparsa della parola formazione dal vocabolario politico.

Eppure i segnali per vedere l’agricoltura come il volano di un’economia diversa, sana, sono incoraggianti, basterebbe saperli cogliere. Le partite Iva nel settore agricolo sono cresciute del doppio rispetto alla media, le possibilità di lavoro per i giovani del comparto agroalimentare si sviluppano insieme alla diffusione ornai generalizzata della Green Economy, il ruolo delle donne diviene centrale e le imprese che resistono meglio alla crisi economica sono tutte dirette da under 40. Ma la parola formazione è ancora assente.

Forse le ragioni di questa latitanza sono più complesse di quelle che appaiono come scelte dettate dall’austerità; forse la formazione in agricoltura non è importante perché i campi sono un’immagine del passato, abbandonata definitivamente con le riprese in bianco e nero che raffigurano gli agricoltori diventare felici operai e che “spianano” la strada a un’era in cui i campi agricoli si possono osservare solo percorrendo in gita le strade di campagna, ma senza sentirne la mancanza.

E’ difficile capire come sia stato possibile credere che dell’agricoltura non ci sarebbe stato più bisogno, e non di meno è difficile capire come mai nessuno ammetta di essersi sbagliato nel prevedere quello che sarebbe accaduto poi, quando sarebbe diventato evidente che un mondo senza agricoltura non esiste. Eppure è così; nessuno ha sbagliato e nessuno sbaglia oggi.

Ed è da questa mancanza storica, oltre che logica, che nasce il paradosso: crescita si, formazione no. Si è passati dall’avere un’idea di futuro del tutto scollegata dalla realtà a non averne affatto. E intanto si cerca di rimediare agli errori, pur senza ammetterli, con un po’ di retorica.