ALLA PORTA DELLA REPUBBLICA

Apr 24, 2018 | News

Sta’ bussando il 25 aprile, seguito dal1°maggio, a ruota c’è il 2 giugno. 
Uno dei tanti uomini che per la Repubblica ha sopportato sofferenze immane era solito dire:
“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.
Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione.”
Si ripete il rito dove tutti noi ci sentiamo liberi, proprio liberi anche di cantare in coro “Bella Ciao”.
Sul sentiero dello straniero In tanti ci domandiamo: siamo liberi solo il 25 aprile?
Ho per libertà si potrebbe intendere liberi di parlare, agire, di assumerci le responsabilità anche di dire le scomode verità, e quindi siamo liberi realmente di esprimerci rispettando un codice etico indelebile, oppure un protocollo scritto di volta in volta manipolato a piacimento e modellato sulla concezione soggettiva di interpretare la Democrazia?
“È sempre tempo di Resistenza” ha affermato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante i festeggiamenti degli ultimi anni, “Una festa di speranza ancor di più per i giovani, speranze per  un futuro diverso, dove ci sia equità e lavoro per tutti e condizioni di vita dignitosa”
Come non condividere le parole del Presidente: “Battersi per un mondo migliore è possibile e giusto”. Purtroppo sono anni che le parole fanno solo vento. Intanto il Paese invecchia, gli anni corrono, e tutto si muove solo se funzionale a chi ritiene di essere il Santo del momento.
Ecco perché noi che desideriamo andare oltre, siamo sempre in battaglia, alla ricerca di una nuova ricorrenza. È ormai ipocrisia dirsi liberi facendo finta di niente per assecondare chi vive una temporanea metamorfosi ed incipriandosi da soggetto assolutista tutto immerso in uno sfranato ego, anche se dal pulpito predica eguaglianza, giustizia diritti arringando le folle che si lasciano trascinare d’incanto.
È un modo subdolo di vessare i cittadini, trattando argomenti che restano tra i valori nobili intrinsechi in quanti fanno dell’educazione e il rispetto un modello di vita.
Bisognerebbe ricercare una nuova ricorrenza che accanto alla liberazione artificiale, liberi nella sostanza gli italiani onesti che anelano alla riduzione delle  tasse, la distruzione  della  pachidermica burocrazia,  alla semplificazione degli ingranaggi istituzionali liberandoli da amministratori incapaci, che sperperano danaro pubblico favorendo il fenomeno di una immigrazione incontrollata e che nulla fanno per i Campi Rom, gente mantenuta dai sacrifici degli italiani costretti a pagare senza sapere e capire come si spendono i nostri soldi.
Di contro i nostri connazionali indigenti sono  costretti a vivere nelle automobili o sotto i ponti, mentre l’ospitalità  per i clandestini comprende soggiorni pasti e albergo.
La festa della liberazione se si limita a rievocare il passato e si ferma ai ricordi, allora è tempo di ricercare un’altro giorno per celebrare una  nuova liberazione,  dove tutti hanno un lavoro,  dove la povertà è stata sconfitta, dove il benessere è diffuso e tutti pagano sui guadagni le tasse, dove la lotta alle mafie, agli evasori, concussori  e corruttori sia serrata e produttiva e che i “presunti” facciano realmente i conti con la giustizia è se condannati scontino interamente la pena.
Basta mentire alimentando false speranze, mentre l’economia perde colpi e i piccoli imprenditori di tutti i settori chiudono.
Quando si sventolano le bandiere come momento d’orgoglio bisogna che il tricolore comprenda la gioia e le attese di tutti. La dignità non si vende, indipendentemente dal ruolo e dalla classe sociale.
Il lavoratore non è un sottomesso della politica, è un uomo libero e come tale, anche per lui, deve arrivare il giorno in cui può sentirsi diverso perché anche per lui è i suoi figli si prospetta un futuro.
È ora di ricordalo ai signori della politica, ma anche a noi stessi, che l’Italia ha bisogno di aria pulita,  ha bisogno di una rivoluzione morale, per contenere la frana della deriva, altrimenti cancelleremmo anche i momenti in cui i nostri padri hanno gioito dopo aver riconquistato la libertà, che non è un privilegio soggettivo, ma un bene comune.
Dobbiamo quindi tutti impegnarci a cambiare queste forme distorte di pseudo concessioni, non tanto per noi, ma per quanti verranno dopo di noi, generazioni innocenti che sarebbero costretti dalle Lobby di Stato a vivere come “esseri obbedienti” ad un volere spesso schizofrenico di gente legata al soldo.
Un potere contagioso, un male oscuro che col passare del tempo metterebbe in discussione anche l’ordine universale.
La nostra festa della Liberazione ricade esattamente quel giorno in cui ognuno può sostenere:
“Il più bel giorno: S’io facessi il fornaio vorrei cuocere un pane cosi grande da sfamare tutta, tutta la gente che non ha da mangiare. Un pane pia grande del sole, dorato, profumato come le viole. Un pane cosi verrebbero a mangiarlo dall’India e dal Chilì i poveri, i bambini, i vecchietti e gli uccellini. Sarà una data da studiare a memoria: un giorno senza fame! Il più bel giorno di tutta la storia”

roma 18/4/2018 Gruppo di Cooperazione e di Proposte