GLI SCROCCONI

Apr 13, 2018 | News

L’Italia vuole un governo! Il Paese è come un asino a briglie sciolte, il debito cresce, il bastimento sbanda, l’ultimo treno per l’Europa è già in viaggio, i macchinisti accelerano, un vagone sbanda, il Bel Paese si perde. Intanto dalla Loggia d’onore vicino al Bronzino solo fumo nero. Poi si citano i protagonisti. Tra consultati e i consultanti c’è qualche  “saggio”,  gente perbene, ma gira e rivolta sembra sia tutto lì.

Come sempre tutto avviene a riflettori spenti. Si ripropone sotto nuove spoglie una società dove gli esseri umani diventano sempre meno necessari! Bisogna porre argine, depurare l’aria, nella vita non contano i passi che fai, né le scarpe che usi, ma le impronte che lasci.

Un agricoltore  ha un campo di grano e produce pasta e pane. Un secondo  ha un frutteto. Un allevatore ha un gregge di pecore e produce latte e formaggi. Un artigiano realizza mobili in legno, un altro fila la lana e tesse indumenti. Quello che ha il pane ne scambia una parte con il formaggio dell’allevatore e con i maglioni del secondo artigiano. Quello che ha la frutta ne scambia un po’ con un tavolo e quattro sedie, e con qualche chilo di pasta. Ognuno produce qualcosa e tutti insieme hanno le cose essenziali per vivere. 

Arriva uno scroccone  che, promettendo di scambiare nuovi beni, si prende un po’ di pane, un po’ di frutta, un po’ di latte e un po’ di formaggio. Non restandone più a sufficienza per tutti, scambia quello che ha preso con chi ne ha bisogno ma, data la scarsità di beni che ne deriva, pretende da ciascuno un corrispettivo maggiore di indumenti, di sedie, di pane, di formaggio… Se l’allevatore, mettiamo, non riesce a far fronte alle richieste, perché non dispone di risorse sufficienti a coprire l’aumento artificiale del fabbisogno, lo scroccone gli concede lo stesso il pane e tutto il resto, ma lo impegna a versare l’ammanco ipotecando il formaggio che non è ancora stato prodotto. Lo indebita.
Arriva un secondo scroccone e si prende la restante parte della produzione locale. Gli agricoltori, gli artigiani e l’allevatore accettano, perché hanno bisogno di compensare la carestia indotta, cercando di produrre di più nel disperato tentativo di entrare subito in possesso di ciò che viene improvvisamente loro a mancare.

A questo punto, tutti i beni disponibili sono nelle mani dei due scrocconi, i quali sono liberi di decidere come, a chi e per quanto scambiarli. Fanno i prezzi, esigono sempre di più e indebitano progressivamente gli agricoltori, gli artigiani e l’allevatore che ora non producono più per vivere, ma vivono per produrre una quantità sufficiente, sempre maggiore, di cibo e di beni, che possa soddisfare le richieste degli scrocconi.

Con l’arrivo di un terzo scroccone, proveniente da terre lontane, che a sua volta ha indebitato altri artigiani, altri allevatori e altri agricoltori, i tre iniziano a riunirsi periodicamente per scambiarsi i debiti dei produttori, scommettendo sulla loro capacità di ripagarli con perseveranza, senza morire di inedia. Senza fallire.

Quando gli scrocconi, tra di loro, esagerano con le speculazioni, scommettendo sulla capacità di ripianare il debito di un allevatore che muore di infarto, per esempio a causa dell’eccessivo lavoro, perdono parte dei loro crediti, che poi sono i debiti di chi produce i beni reali. Così dichiarano ufficialmente l’apertura della crisi. Lo stato di crisi, dicono, richiede agli agricoltori  di produrre più grano e più frutta, agli allevatori di produrre più latte, agli artigiani di fabbricare più tavoli e più indumenti e così via. Altrimenti verrà loro richiesto di saldare i loro debiti immediatamente, e poiché è chiaro che non possono farlo, le loro fattorie verranno espropriate, i loro allevamenti confiscati e moriranno di fame.

Ma la crisi non tange gli agricoltori, che continuano a produrre il grano e la frutta che producevano all’inizio. Non è degli allevatori, che hanno sempre lo stesso numero di pecore, anzi di più, e dunque producono la stessa quantità di formaggi e di latte. Non è di chi fabbrica i mobili sempre alla stessa maniera, né di chi tesse indumenti esattamente come faceva una volta. No: sono gli scrocconi ad essere in crisi, non i produttori. È il loro meccanismo di inflazione programmata dei prezzi per i beni di prima necessità ad essersi gonfiato fino ad esplodere. La loro ingordigia, il loro universo artificiale, il mondo parallelo e immaginario che hanno costruito accanto a quello reale: è tutto e solo questo ad essere andato in crisi.

Finì che gli agricoltori, gli allevatori e gli artigiani mandarono a quel paese gli scrocconi e ricominciarono a scambiarsi il pane, il latte, il formaggio, i mobili e i vestiti tra di loro, lasciando gli scrocconi al loro destino.