GLI AGRICOLTORI SONO SOLI

Feb 27, 2017 | News

Da più parti si legge delle difficoltà e della perdita di credibilità delle sempre più numerose sigle dei “movimenti” e delle vecchie nomenclature partitiche che, visto l’alto tasso di riciclaggio che accomuna antichi e nuovi tromboni che si differenziano solo dalla tonalità delle pernacchie, si mostrano sempre più specializzate nella raccolta differenziata dei rifiuti.
L’altra inimitabile abilità di queste “strutture” è quella di raggirare i cittadini ribaltando le loro intenzioni (anche se formalizzate con il voto). Per giunta va aggiunto che i trombati piazzati in posti di sottogoverno amano punire gli agricoltori, rei di aver fatto la domanda unica per ottenere gli aiuti della Politica Agricola Comunitaria finanziata dai cittadini della Unione.

Sotto le stesse forche della sfiducia della pubblica opinione passano anche i sindacati e le strutture professionali che affermano di rappresentare le piccole e medie imprese che si cimentano nei diversi settori del terziario. Non sfuggono da questo discorso le organizzazioni agricole visto che, silenti, hanno permesso all’AGEA di decurtare del 27% dei saldi della PAC 2016 agli agricoltori che hanno presentato la domanda unica per lo stesso anno, e tutto questo con un atto autoritario unilaterale e con la benidizione del Ministro dell’Agricoltura.

Pur rispettando i “mea culpa” dei tanti sbandieratori, pesa come un macigno la convinzione diffusa che i sindacati tradizionali agricoli ormai siano soli, isolati ed impauriti, soprattutto per via della “MATERIA PRIMA” che sta lentamente ed inesorabilmente contraendosi.

Un’altra chiave di lettura che i colletti bianchi trascurano è che gli agricoltori hanno ormai capito di non essere né tutelati né rappresentati, in quanto le storiche professionali stanno ormai vivendo la terza età e qualcuna ha addirittura ha sforato il secolo.

Alcuni agricoltori hanno avuto l’ardire di affermare che è giunto il momento di “cambiare e rinnovare” e come ritorsione sono stati privati dai diritti agli aiuti Comunitari – PAC. Con questi metodi, nell’ultimi anni, in Europa abbiamo perso ben tre milioni di produttori agricoli, dei quali circa un milione nel bel Paese.

Solo a parole i soloni di Bruxelles e gli itlalo burocrati di via XX settembre 20 dicono che è giunto il momento di passare ad una marcia superiore di sostegno verso chi vuole creare una nuova impresa agricola o riprenderla da chi ha deciso di andare in pensione. Ma la verità è che ci hanno riempito i timpani di buoni propositi come “favorire il ricambio generazionale; più giovani; ricerca e innovazione”. Ma nulla si è fatto per cambiare le regole e proporre un nuovo progetto di riforma della politica agricola comune (Pac) nella quale si potesse individuare con chiarezza chi è agricoltore e chi di agricoltura parla soltanto.

Affinché possa soffiare anche per per gli agricoltori il “vento del nuovo” bisogna ricercare una diversa FORMA GIURIDICA che contempli un programma capace di andare oltre il settore primario ed armonizzare il percorso che va dalle campagne alle tavole dei consumatori.

L’illusione di creare un’unica grande casa di campagna dove tutti si possono riparare quando piove e fa freddo, resta tale. Infatti i poli si respingono perché opposti e, guarda caso, nel quarto lustro del nuovo millennio, dove tutto tende alla globalizzazione, le agricole fanno dell’essere divise il loro “zoccolo duro”.
I cappellini e le magliette, simboli di distinzione e divisione, hanno conservato integri i loro colori: giallo, verde e turchese, superando barriere e tempeste. Alla festa del folklore però mancano solo i veri agricoltori, ormai ridotti a poche centinaia di migliaia.
Le tre “Zitelle” sono “autoctone” e non prenderanno mai marito perché “single” è bello e paga. Al massimo, giusto per dare l’idea di fare qualcosa, si limiteranno a strumentalizzare le O.P.(organizzazioni di Prodotto).

D’altronde va detto: sono gente strana questi agricoltori che sono il primo anello della catena ma che si accontentano di pochi spiccioli perché vittime dell’insipienza di chi dovrebbe tutelarli. Il dato vero è che le “professionali” nostrane stanno bene come stanno, anche se per salvare il colore del cappello di tanto in tanto fanno salire alta la voce che le circonda perché necessitano di visibilità attraverso delle sterili iniziative utili solo a rivendicare una certa incidenza sulle scelte “scellerate” dei politicanti di turno.

Insomma, trattori da 300.000/00 euro, e poi suoni, danze e tarantelle; mentre ai tavoli dove si dovrebbe costruire il futuro degli uomini dei campi non c’è posto per il nuovo che avanza e i giovani vengono tenuti ai margini. D’altronde nel bel Paese è così: l’ora del ricambio scatta solo con l’ora del trapasso.

Se i direttori di orchestra sono quelli di oggi, non ci sono “speranze” perché viene soffocato sul nascere qualsiasi tentativo di parlare con una sola voce dei problemi e delle attese degli agricoltori superstiti. Il resto è stato spazzato via dal vento della crisi e dalla bora che soffiano le banche al momento di concedere il credito.

Eppure in Europa qualcosa sta cambiando. Il Consiglio della FNSEA, da sempre la più grande organizzazione transalpina con potere economico sull’intera agricoltura nazionale, ha votato a larga maggioranza una risoluzione con la quale apre agli organismi interprofessionali alle altre Organizzazioni Agricole, e in particolare alla Confederation Paysanne e alla Coordination Rurale. Strano che i nostri cugini francesi a differenza dei nostri colletti in “verdechiaro” abbiano invitato intorno ai tavoli dei miracoli anche i “meno giganti”. Evidentemente si sono resi conto che L’Agricoltura è isolata, indifesa ed insascoltata, e che per questo ha bisogno di tutto l’aiuto possibile.

Al di là delle schermaglie, più che dell’atavico sindacalismo che predicano i soloni della triade, noi vogliono parlare di giovani proiettati in un’agricoltura EUROPEA che deve creare, nell’ambito del programma di sviluppo rurale, un sottoprogramma specifico per i giovani agricoltori in grado di rendere disponibile un “credito di conduzione permanente per poi intervenire anche negli investimenti, nella formazione, e nella valorizzazione e commercializzazione dei prodotti frutto di un preciso piano aziendale.

L’elemento chiave resta quello di poter trattare in modo differenziato i giovani, non come “protetti” dalla PAC ma, come protagonisti della gestione delle risorse che l’Unione Europea destina all’agricoltura. Attualmente, è bene ricordarlo, i beneficiari di questi aiuti sono le multinazionali, coperte o sotto copertura delle più blasonate, accreditate e fortemente autoreferenziate sigle “ASSOPIGLIATUTTO”.

Solo agendo in chiaro ed in piena luce l’Europa può riacquistare fiducia e credibilità tra il popolo delle campagne e divenire realmente un faro per i cittadini dell’Unione che cercano di capire perché i loro soldi sono destinati a chi lavora la terra.

Non è più derogabile una riscrittura delle politiche agricole dei 27 da riproporre in chiave diretta “Europa – produttori agricoli”. Gli accrocchi para-politici e le congreghe dei “reggicinta” che fungono ancora da intermediari, o meglio da mediatori della PAC a misura di macro agroindustrie presenti, non in Europa, ma nel resto dei Paesi a manodopera schiavizzata, vanno definitivamente cancellati.
Serve una politica comunitaria destinata solo a chi produce cibo con dimensioni aziendali medie intorno ai 30h e per aziende zootecniche armonicamente inserite nell’ambiente, e non a stalle senza terra manipolate dagli zooindustriali di carni. Se si intervenisse ponderatamente, anche culturalmente, nelle scuole e nella ricerca applicata, gli uomini della terra di domani potrebbero produrre in quantità sufficiente il fabbisogno alimentare delle popolazioni del mondo che oggi sono in costante e preoccupante crescita.

Solo la naturale abolizione di agenzie ed enti composti da parassiti e maschersti potrebbe rappresentare un segnale, anche se modesto, di riconsiderazione e di rinascita dell’agricoltura. Senza rendercene conto ormai non siamo lontani dal dato numerico che – tra Ministeri, Regioni, province virtuali e associazioni autoreferenziate – vuole più grande il numero delle persone impiegate a gestire il settore primario che gli agricoltori stessi.

Il seminatore