III Forum Internazionale del Barilla CFN

Mar 1, 2012 | News

Il Forum Internazionale sull’alimentazione e la Nutrizione, fiore all’occhiello del Barilla Center for Food and Nutrition, giunge quest’anno alla terza edizione, riprendendo il discorso esattamente da dove lo aveva lasciato il 1° dicembre scorso, come se a dividere i due appuntamenti non fosse trascorso un anno, ma una pausa pranzo.
Sugli schermi e sulle copertine delle pubblicazioni, così come nelle relazioni dei conferenzieri, ritroviamo quella manciata di parole e concetti sui quali si articola l’intera questione del settore agroalimentare globale. I grandi temi dell’agricoltura; quelli che da qualunque prospettiva si affronti il problema ritornano sempre tutti, come componenti diverse di un unico corpo. E forse proprio questa visione olistica del mondo agroalimentare, questa necessità di considerarne ogni aspetto nel suo legame con gli altri rappresenta l’elemento preponderante in questi due giorni di divulgazione e dibattiti che riunisce a Milano numerose voci autorevoli a livello internazionale, non sempre provenienti dal mondo dell’agricoltura. Ed ecco un secondo elemento ricorrente nel Forum: quando si parla di agricoltura non si parla solo di agricoltura, poiché il cibo è alla base della società umana e ridiscuterne le modalità di gestione significa ridiscutere l’intero sistema.

Acqua, desertificazione, spreco, crescita demografica, distribuzione del cibo, sostenibilità, e ovviamente, visti i tempi che corrono, crisi, mercato, finanza.
Eccole le parole che ritornano sempre, concatenate in un circolo vizioso senza soluzione di continuità; ma quest’anno c’è un’altra parola che apre tutti gli interventi ed è il punto di partenza di tutte le analisi: “paradosso”. E il paradosso è questo: nel mondo ci sono un miliardo di affamati a fronte di un miliardo di obesi.
L’obesità causa più decessi di qualsiasi malattia. I disturbi cardiovascolari direttamente collegati ad un’alimentazione squilibrata costituiscono la prima causa di morte nel mondo. Contemporaneamente la quantità di bambini sotto i cinque anni che muore per denutrizione è paragonabile ad un aereo di linea pieno di passeggeri che si schianta ogni venti minuti. Ogni giorno. Ogni anno.
Edoardo Missoni, professore di Salute Globale e Sviluppo alla Bocconi, ci spiega che il problema dell’obesità non è più contestuale ai soli paesi industrializzati, ma coinvolge fortemente anche i Paesi in via di sviluppo. Sempre secondo Missoni le ultime indagini suggeriscono che l’indice dell’obesità non sia collegato tanto alla ricchezza di un Paese quanto al suo tasso di disuguaglianza sociale. L’obesità è espressione diretta dello stesso modello economico e comportamentale che determina la malnutrizione di quasi un sesto della popolazione mondiale e che si fonda sulla massimizzazione del profitto come unico principio di sviluppo.

Ci siamo dimenticati che l’obiettivo dell’agricoltura è produrre cibo – dice Vandana Shiva, direttrice della Fondazione di Ricerca delle Scienze, Tecnologie e Risorse Naturali Indiana – mentre l’agricoltura industriale moderna sembra più che altro fatta per produrre sprechi.
1/3 della produzione alimentare viene letteralmente buttata, e gli sprechi sono localizzati tanto a livello industriale quanto nella gestione degli alimenti da parte delle famiglie.
E’ la mentalità che deve cambiare – ammonisce Jonathan Bloom, giornalista statunitense esperto in spreco del cibo – siamo stati abituati dalla grande distribuzione a un’idea d’infinita abbondanza del cibo, nata per ragioni di marketing che vogliono gli scaffali dei supermercati sempre pieni solo per essere più allettanti, a costo di dover buttare un terzo dei prodotti.
Dobbiamo tener conto dell’intero processo produttivo – continua Bloom – e comprendere che quando sprechiamo cibo stiamo sprecando acqua, petrolio, lavoro e soldi.

E proprio l’acqua rappresenta uno dei nodi centrali da sciogliere per l’agricoltura. Soltanto l’1% dell’acqua presente sul pianeta è sfruttabile per il sostentamento dell’uomo e di questa il 70% viene utilizzata in campo agricolo. Secondo Luc Gnacadja, Segretario Esecutivo della Convenzione delle Nazioni Unite per Combattere la Desertificazione, l’effetto congiunto del riscaldamento globale e l’impoverimento del suolo per mano dello sfruttamento industriale, che inibisce il mantenimento delle falde acquifere, porterà presto ad uno stato di emergenza senza precedenti.
L’acqua – dichiara Stella Thomas del Global Water Fund – deve essere posta al centro del progresso e, in termini di diritti, favorire l’accesso al bene deve diventare una priorità. I prossimi anni saranno quelli della water economy.
In questo senso assume grande importanza il Water Footprint, letteralmente “impronta d’acqua”. Un indice associato ai prodotti, alimentari e non, che ne quantifica il costo di realizzazione in termini di acqua consumata nell’arco dell’intero ciclo produttivo. Veniamo così a scoprire che una t-shirt costa al pianeta 2.000 lt d’acqua potabile, 1 lt d’acqua imbottigliata ne costa ben 5, mentre un kg di carne di manzo 15.000 lt.
Secondo la Thomas, il Water Footprint dovrebbe entrare a far parte dei criteri che quotidianamente utilizziamo nella scelta dei prodotti e trovare un suo spazio a livello di etichettatura.
Lo stesso indice risulta di fondamentale importanza nello schema a doppia piramide rovesciata che costituisce forse il più importante risultato prodotto dal Barilla Center: un diagramma che mette in relazione il valore nutrizionale di un prodotto con il livello di sostenibilità del suo processo produttivo per giungere ad una importante constatazione: gli alimenti più benefici per la nostra salute sono anche quelli la cui produzione risulta meno dannosa per il pianeta, mentre i più dannosi per noi hanno alle spalle processi di lavorazione molto costosi in termini di impatto ambientale. All’estremo positivo delle due piramidi troviamo frutta ed ortaggi, mentre all’altro polo troviamo la carne rossa. La doppia piramide rovesciata del Barilla CFN è stata però oggetto di numerose contestazioni, in particolare dal fronte degli allevatori, che ne hanno messo in discussione sia le conclusioni approssimative, sia i dati scientifici di partenza, additati come parziali e tendenziosi.

Che prospettive ci sono, dunque, per il pianeta e per la specie umana? Una volta chiariti quali siano i campi sui quali si gioca la sfida del futuro resta da capire quale sia la strategia vincente.
Poche settimane fa, in qualche angolo del mondo, probabilmente in India, è nato un essere umano, probabilmente una bambina, e adesso siamo 7 miliardi. Senza contare 3 miliardi di capi di bestiame.
Si stima che nel 2050 la popolazione mondiale salirà a 9 miliardi di unità, e i capi di allevamento a 5 miliardi, per un totale di 14 miliardi di bocche da sfamare. Ecco la misura della sfida che attende l’agricoltura.
A ben guardare dal Forum del Barilla CFN emergono alcune proposte condivise dalla maggioranza degli studiosi, tutte all’insegna del sacro vessillo della sostenibilità.
La prima parola d’ordine è “ridurre”. Ridurre gli sprechi, ridurre i consumi, ridurre i profitti. Carlo Petrini, fondatore del movimento internazionale Slow Food, parla di “decrescita felice”, e di un nuovo modello di sviluppo basato sulla sobrietà, contrapposta all’eccesso, che abbia nella centralità del cibo il suo punto di partenza.
In seconda battuta troviamo l’idea di “decentramento”. La dimensione della produzione agricola deve tornare ad essere locale. L’agricoltura industriale intensiva – tuona Vandana Shiva – non produce cibo, ma profitto. I contadini producono cibo. La figura dell’agricoltore è stata spazzata via dalle grandi industrie: negli U.S.A. ci sono più persone nelle prigioni che nei campi, e le monocolture industriali hanno portato all’estinzione il 75% delle specie agricole utilizzabili per il nutrimento dell’uomo.

Lo scenario che si delinea, dunque, è ancora una volta quello di un vasto fronte costituito da scienziati, agricoltori e gente comune, che chiede a gran voce un cambio di direzione, un rinnovamento dei principi del progresso in nome di un sistema economico più equo e sostenibile. Forse, questa volta, in nome della sopravvivenza della specie.
Contrapposto a questo fronte troviamo, di nuovo, un ristretto numero di gruppi di interesse determinati a difendere il proprio “diritto” a spremere popoli e terre senza curarsi di quello che avverrà domani. Eppure, e anche su questo sembrano concordare tutti, la coscienza della necessità di una svolta sta crescendo tra le persone, e di fronte ad una crisi di questa portata si avverte l’esigenza di ridisegnare l’intero sistema da zero, dove “zero” è la produzione del cibo.