IVA: LA STORIA DI UN COLLASSO NAZIONALE

Ott 1, 2013 | News

A volte le storie sono lunghe, articolate e complesse, altre volte invece basta qualche esempio per raccontarle; e forse la nostra, quella italiana, si può riassumer tutta attraverso l’Iva. L’imposta sul Valore aggiunto è oggi in Italia al 22% (in Germania e Francia è rispettivamente del 19% e del 19,6%) e ha toccato il picco più alto della sua storia. Ma quando è nata, nel 1° gennaio del 1973, ammontava solo al 12%. Quelli erano gli anni del boom economico della penisola, quelli in cui tutto era possibile e in cui l’Italia stava rinascendo dopo una guerra disastrosa. Poco dopo però, precisamente nel 1982, la storia comincia a voltare radicalmente pagina e l’imposta viene portata dal 15% al 18%: è l’inizio della fine. Negli anni successivi le cose non sono mai migliorate, ed è così che si arriva ad oggi: al 1° ottobre del 2013, al 22%.

La crescita esponenziale dell’Iva, che è bene ricordarlo è un’imposta indiscriminata sul consumo e che quindi non tiene alcun conto dei diversi redditi, racconta essenzialmente due cose: da una parte l’esigenza (per quali fini è un mistero) dello Stato di aumentare le proprie entrare, e dall’altra la totale mancanza di sostegno alle fasce più deboli con in più imposte vessatorie e obbligatorie come questa.

Lo Stato italiano, diciamocela tutta, è l’Iva. E’ un imposta che grava sui suoi cittadini senza dare nulla in cambio. Perché poi è questo il punto: cosa abbiamo avuto noi a fronte di questi aumenti? E soprattutto: perché questi aumenti gravano sulla testa della comunità quando ci sono alcuni che, proprio con l’ausilio delle leggi, si sono arricchiti a dismisura nel corso degli ultimi anni? Alcuni cercano ancora delle risposte razionali o economiche, ma la verità purtroppo è tremendamente semplice e palese: anche se viviamo nello stesso paese non siamo le stesse persone, e chi ruba da una vita quasi mai diventa santo.