LETTERA APERTA A SUA SANTITÀ

Ago 12, 2016 | News

Francesco,

mi permetto di utilizzare il nome con il quale Ella affermò di voler essere chiamato dopo la sua nomina a Pontefice non di Roma, ma del mondo.
Sono un cattolico non praticante e mi sforzo di comportarmi da Cristiano ed ho, a base della mia condotta, il rispetto del prossimo.
Rappresento un buon numero di agricoltori, per lo più piccoli, meglio individuabili come “contadini”. Da diversi anni sono il Presidente di una Confederazione che li raccoglie e mi occupo dei problemi che, da quando gli Etruschi nel 900 a.C. diedero un vero significato alle parole Cibo e Agricoltura, accompagnano chi ha un grande rispetto della terra, pagando un prezzo che per altri sembra incomprensibile.
Dire al testimone del Signore Dio delle sofferenze, sempre più frequenti, prima morali e poi materiali, dei tanti anziani che si trascinano ancora nei campi per necessità familiari (pensionati, ex coltivatori costretti a vivere con circa 400 Euro al mese), non credo sia la soluzione per i contadini che dignitosamente e a testa alta portano la loro croce. Gli uomini di fede, anche non necessariamente cattolica, si comportano da esseri intelligenti e usano con criterio le loro facoltà.
Piuttosto voglio richiamare la Sua attenzione su chi, pur per delega e dopo giuramento, utilizza la fiducia dei cittadini come fosse per “grazia ricevuta”. Le voglio parlare non per vendetta, ma da uomo libero che rispetta le regole che altri uomini hanno scritto, uomini che si comportano come se chi le ha proposte e approvate godesse di uno status di “zona franca” e quindi le ignora.
La democrazia è di per se una regola al pari dell’essere e della nostra stessa esistenza. Quando si nasce le regole base della vita sono innate in ognuno di noi, indipendentemente dal dove, dal quando e dal colore: il resto è opera dei simili. Sono quindi gli uomini che trasferiscono le tecniche e i costumi ricoprendo il ruolo di maestri di vita, anche se realmente non si tratta di talento, ma soltanto di un modo banale di orientare verso le proprie abitudini chi, praticamente impossibilitato, è costretto a subire, senza rendersi conto di ricevere una direzione che i grandi hanno deciso per lui senza averne la facoltà.
Cambiare il corso del fiume che ci accompagna sin dall’infanzia, regolando il compito di chi deve educare, ritengo sia impresa ardua. Gli usi delle civiltà che modellano l’esistenza degli esseri intelligenti, ed è questo l’auspicio, dovrebbero essere il “frutto” di una lenta ma costante evoluzione delle conoscenze legate allo sviluppo delle nuove tecnologie e della ricerca applicata. Insomma, saperne di più dovrebbe migliorare i comportamenti e le prospettive dei fortunati che più di ogni altro sono cresciuti nei tempi moderni.
Sono convinto, ove ce ne fosse bisogno, che i mezzi d’informazione del nuovo millennio hanno inciso positivamente, e non poco, sul carattere delle nuove generazioni e nella direzione di una maggiore presa di coscienza dei diritti, ma anche dei doveri nei confronti degli altri.
Il nostro “asino” è qui che cade. Come illuminare la mente di chi si ritrova al potere e non 
comprende che il “cibo” è prerogativa dei popoli e non diritto di pochi? L’agricoltura è intrinsecamente “bene comune”, non per altro rappresenta il sistema primario: terra – acqua – sole.
Per esperienza vissuta, ribadisco che gli agricoltori – i piccoli produttori, i contadini – sono abituati alle sofferenze e non chiedono grazia per loro, consci che il modernismo e il liberismo spingono affinchè proprio i piccoli cadano nella fossa comune.
Da peccatore sono propenso a chiedere una sorte diversa per chi, del mandato ricevuto, ne fa uso per sé e per chi lo sostiene. Da contadino che produce cibo, praticando un’ agricoltura responsabile, pulita, rispettosa dell’ambiente e della salute di tutti gli essere viventi, Le chiedo solo una preghiera che tocchi le coscienze di coloro che ancora oggi imitano il miracolo dei pani e dei pesci, distribuendo ai Grandi ogni “ben di Dio” e considerando i Piccoli come scarti del Pianeta.
Se è troppo quello che chiedo, Santità ciò che farà per noi è già tanto!

Un contadino peccatore