Lettera aperta

Giu 12, 2018 | News

Care agricoltrici e agricoltori,

vogliamo iniziare questa lettera augurando al nuovo Ministro dell’Agricoltura e del Turismo, Gian Marco Centinaio, un proficuo lavoro. Egli stesso si è ripromesso di realizzare e favorire – nel concreto – il rilancio dei nostri prodotti agroalimentari tutelandone l’immagine e premiandone la qualità, la salubrità e l’eccellenza.

Abbiamo vissuto, negli ultimi lustri, scenari incerti. Tutti i ministri che hanno
occupato lo scranno del Palazzo dell’agricoltura si erano imposti di risolvere, alleviare e comunque di analizzare con i protagonisti le iniziative da assumere per dare un senso all’esistenza anche dei piccoli agricoltori, che si alimentano, anche dopo l’avvento di Internet, ancora di terra e sole.

Questo quadro difficile può provocare la nascita o l’inasprimento delle contrapposizioni tra agricoltori che lavorano, tutelando l’ambiente e i loro colleghi che impiegano tecniche futuristiche per spingere le produzioni, avendo per obiettivo esclusivamente il profitto, trascurando la cura dell’ambiente e nel contempo, inquinando massicciamente cielo e terra.

Noi siamo convinti che le soluzioni siano da ricercare prioritariamente in un nuovo approccio culturale consapevole e innovativo, che riconsideri proprio i piccoli ma indispensabili contadini che praticano semplicemente l’agroecologia – agricoltura biologica, biodinamica e che con sapienza interrogano la natura con metodi compatibili.

Il persistere nell’uso consistente di prodotti agrochimici, senza un piano razionale di interventi, non solo minerebbe la sopravvivenza delle piccole aziende del bio che ci regalano prodotti di incommensurabili proprietà nutritive, ma minaccerebbe sul medio e lungo periodo, la salute collettiva: da quella delle persone a quella di tutti gli esseri viventi, passando per terreno, acqua, aria e naturalmente cibo. Non scopriamo nulla se affermiamo che i grandi gruppi agrochimici stanno trasformando le campagne in nuovi campi da gioco sui quali si accettano scommesse.

La ricerca e l’evoluzione scientifica hanno dimostrato che i pericoli correlati all’uso dei pesticidi sono di gran lunga superiori ai vantaggi immediati. L’impoverimento della biodiversità è giudicato da numerosi scienziati una minaccia peggiore persino dei cambiamenti climatici.

Per avere visibilità, anche noi potremmo puntare i piedi e chiedere un nuovo
“piano nazionale di politica agraria”, lamentando la situazione nella quale si trova costretta ad operare l’agricoltura italiana, le difficoltà economiche, il calo dei redditi e la crescita dei costi di produzione, gli effetti della globalizzazione e le mutate esigenze dei consumatori.

È altresì evidente che la mancanza di chiare ed efficaci scelte di politica economica rivolte al sostegno del sistema primario, in aggiunta al resto delle lamentazioni, imporrebbero la convocazione degli “Stati generali in una conferenza nazionale per abbattere i tabù della agricoltura del Belpaese”. Sarebbe come spesso accade nelle maxi iniziative, un continuo parlarsi addosso con soluzioni fantasiose e miracolose.

Piuttosto gli agricoltori sono preoccupati che la riforma della Politica Agricola
Comunitaria, oltre ai tagli sul budget 2021-2027, possa introdurre il concetto della “flessibilità”, che potrebbe portare alla rinazionalizzazione della PAC: un danno incommensurabile, preludio della fine delle attività agricole.

Occorre garantire alle aziende la sostenibilità economica. I produttori devono restare una priorità per la UE, come previsto di recente per i giovani nel decreto Omnibus. La riforma deve necessariamente rimodulare i criteri con i quali vengono veicolati gli aiuti, di cui i primi beneficiari dovrebbero essere i piccoli agricoltori, impegnati nelle coltivazioni alternative, previste in un programma di riconversione all’agroecologia.

La funzione territoriale della agricoltura è ormai acquisizione della generale sensibilità dei cittadini e della pubblica amministrazione.

Va segnalato peraltro, che questa funzione è interpretata quale condizione ed
obiettivo che motivano la stessa PAC, con gli istituti ‘disciplinari’ denominati “condizionalità e greening” che confermano la visione “ambientalistica”
a cui destinare le risorse dell’Unione Europea.

È necessario essere consapevoli di questa dimensione della spesa in modo che la pubblica opinione abbia piena coscienza della qualità del lavoro agricolo e del suo sostegno, anche dal punto di vista della conservazione e riproduzione delle risorse naturali, acqua e terreno agrario in particolare. Inoltre sarebbe auspicabile che questa operazione si inquadri nell’ambito di una politica per il territorio e per l’ambiente che, senza essere punitiva per la produzione, sia pienamente rispettosa della conservazione delle risorse naturali.

La qualità di un territorio è garanzia e condizione necessaria per la qualità dei
prodotti agricoli ed agroalimentari.

A questo punto è forse necessario interrogarsi sulla Terra Agricola.
Anche voi, cari colleghi, tutti insieme, allevatori, apicoltori e agricoltori sia biologici sia convenzionali, sappiate trovare una soluzione al nostro problema che sia sostenibile per gli uomini, gli animali, la terra e l’ambiente. Sappiamo che per raggiungere questo risultato serve una forte convinzione, spesso contrastata dagli interessi forti dell’industria agrochimica e sementiera. Per questo è fondamentale che la popolazione venga sensibilizzata e a noi occorre più tempo per consentire alla ricerca applicata di suggerire gli orientamenti e gli indirizzi produttivi, partendo dall’immediato con un concreto piano di riconversione che preveda la trasformazione dei sistemi agricoli convenzionali, in pratiche di coltivazioni agroecologiche, biologiche. Insomma: prima la natura e l’ambiente, poi il profitto.

La politica delle monocolture estensive che prevedono l’impiego di pesticidi andrà progressivamente a finire, la stessa Unione Europea sembra rendersene conto. Ci auguriamo che ponga in essere disincentivi e finanche sanzioni per chi ne fa uso, considerando anche l’utilizzo di uno scadenzario dal quale si deve evincere il perché e la scelta dei principi attivi e quali risultati e benefici
ricadrebbero sulle produzioni in rapporto ai danni causati e al tasso di inquinamento.
L’agricoltura è “bene comune” e solo se è pulita può garantire un ciclo sostenibile, nel quale convivano e traggano il giusto profitto tutti gli attori coinvolti: cittadini, agricoltori, turisti, economia e ambiente.

Continuare a derogare è concorso in strage premeditata.

Assumiamoci la responsabilità!

Andrea Michele Tiso