LETTERA SENZA DESTINATARIO

Set 17, 2018 | News

Da un po di tempo non riesco più a ritrovare un minimo di serenità tra me e me. Ho voglia più di gridare che di parlare. Ai miei non dico niente, so’ che sono provati! La lontananza, dal resto della famiglia pesa come un macigno invisibile che ci piega moralmente. Ci guardiamo e ci accorgiamo che stiamo insieme, ma è come non ci conoscessimo.

Sono un tecnico agricolo. Nella vita lavorativa inizialmente, oltre che a curare i miei campi, ho fatto assistenza in campagna perché in tasca avevo un diploma. Uno dei tanti diplomati che ha la corona di alloro, sofferta ma conquistata con dedizione, studio, sacrifici e facendo il pendolare dal mio Paese all’istituto. Da noi il titolo di studio era un pezzo di carta, la buona volontà non bastava. Nei campi aleggiava il profumo della miseria. Non ho avuto scelta, sono stato costretto ad emigrare per cercare lavoro.

Con me tanti altri amici titolari della pergamena con diverse specializzazioni. Siamo partiti, disperati, anche per mettere “fine” alle giornate passate ad umiliarci, dietro la porta dei tanti “On” che ad ogni incontro, ci licenziavano con la solita frase… ….”ragazzi ancora niente”. ”

Sono il prodotto di una sconfitta, anche se è bastato il mio curricula e i miei titoli per essere assunto da una nota industria sementiera con stabilimenti in mezzo Europa, tranne che in Italia. Ora curo una grande azienda di 450 ettari, dove sperimentiamo semi di diverse piante, principalmente orticoli e floricoli.

Sono uno dei tanti cinquantenni che hanno pagato di persona, e stiamo ancora pagando, le rate dal fallimento di Lehman Brothers.(la banca americana che nel 2008 ha provocato, forse è la più grande crisi dei paesi occidentali).

Gli economisti rilevano che l’Italia è l’unico tra i grandi paesi del cosiddetto mondo sviluppato a non essersi ancora davvero ripreso dalla crisi. Mentre gran parte del mondo ha recuperato il terreno perduto, i dati dicono che l’Italia rimane più povera, più diseguale e più insicura di quanto non fosse dieci anni fa. Più che altrove, in Italia la crisi ha messo in discussione le conquiste sociali del recente passato e il modello economico su cui si basava il presente; ha cancellato la certezza che la generazione dei figli avrebbe sempre vissuto meglio di quella dei genitori.

Non abbiamo mai capito come sia stato possibile che il fallimento di una banca dall’altra parte del mondo innescasse queste conseguenze quando nel il primo pomeriggio del – 15 settembre 2008 – in Italia le agenzie di stampa diffusero la notizia della bancarotta del colosso bancario USA.

“Non ho mai smesso di seguire le vicende italiane,
Mi sono sempre vantato di appartenere a un popolo orgoglioso che ha combattuto per affermare i valori di libertà e democrazia, anche nei momenti più difficili che prefiguravano il tracollo dei “principi e dei diritti fondamentali dell’uomo”.

Qui c’è la percezione che l’Italia difficilmente riuscirà, senza lasciare macchie sull’asfalto, a superare indenne il buio del tunnel. Piuttosto si avverte dalle immagini che il cielo un tempo limpido e terso, è come offuscato, qualcosa di serio, di imprevedibile sta accadendo. I media riportano messaggi sempre più allarmanti, scenari non consoni ad un grande Paese libero e democratico, pluralista e denso di valori conquistati sul campo da donne e uomini che hanno hanno perso la vita per ottenere quel che hanno.

Anche gli italiani che hanno causato un radicale ribaltone con il voto del 4 marzo, danno segnali concreti d”insofferenza. Delle promesse nulla, nessuna traccia, nessun segnale. A volte i colleghi mi domandano cosa sta accadendo, il perché di voci blateranti di leader astiosi e vendicativi. In vero non so rispondere, non trovo parole e ragioni di tanto odio e desiderio di vendetta.

Aimè non ci riesco a comprendere. Leggo incessantemente i giornali ‘online’ E ascolto senza pausa i dibattiti di approfondimento. Più seguo e più mi rabbuio, ascoltando da una parte le urla intemerate di governanti ignoranti, minacciosi e offensivi, mentre dall’altra rilevo solo timide reazioni flebili e scarse di “idee”.

Quando finirà il silenzio del mondo della cultura? Non vorrei che si stesse assoggettando prono alla barbarie. Mi chiedo: dove sono i dotti che hanno riempito pagine e schermi per difendere ogni attacco, vero o presunto, alla democrazia?

Non mi resta che mettere da parte la storia personale, ognuno ha la sua, credo che proprio il momento in cui viviamo ci chieda di continuare a parlare di politica per rivitalizzare la coscienza critica che é fondamentale per ricostruire l’essenza della democrazia. Ci sono quelli che invitano alla pazienza. Purtroppo, però, non sempre la calma cancella il dubbio che vivere onestamente in una società come questa sia inutile.

Il dubbio ha la stessa violacea persistenza della disperazione. Quella che hanno scritta in faccia tutti quelli che lavorano per poco o ancora meno. Quelli che nel liquido di questa civiltà ci annegano, giorno dopo giorno. Gente che si è ritrovata adulta, senza poterlo essere, tagliata senza un perché, fuori da ogni prospettiva futura.

Volevo sensibilizzare con questa mia le più alte cariche dello Stato per rappresentare il disagio e il desiderio di tanti connazionali che come me sono pronti a dare il proprio contributo perché l’Italia riprenda a coniugare i bisogni e le attese degli italiani. Il quadro nel quale dovrà avvenire tutto questo è quello europeo. Solo l’Europa dei popoli può darci la speranza e le prospettive che il futuro delle generazioni che verranno, non resti un avverbio di tempo.

Proprio in agricoltura, con tutti i difetti che sono al suo interno, c’è l’esempio vivente di come la Politica Agricola Comunitaria sia riuscita a divenire il volano di sviluppo del sistema produttivo e delle condizioni di vita degli agricoltori. Resta forte il dubbio, ma solo per nostra negligenza, di non riuscire a capire
il perché siamo in guerra con noi stessi.

T.R. Dussendorf (Germany)