PAGINE STRAPPATE ALLA STORIA

Feb 23, 2018 | News

Scene già viste e frasi già lette si sono ancora una volta ripetute. La Repubblica ci chiama, ma si fa fatica a distinguere la sua voce. Si sentono solo rumori mischiati a parole mischiate con detti e slogan.
Molti di noi, autonomamente e liberamente, hanno scelto di impegnarsi in prima persona per dare un contributo, anche di idee, in settori fondamentali per il sistema sociale.

La colpa grave è che, insieme, abbiamo messo su qualcosa di serio e utile alla gente che lavora, consci che la strada è lunga e difficile e che forse non porterà all’infinito. È una realtà vivente dalla quale la politica può trarre insegnamento.
Con le concezioni attuali il Paese non può cambiare, anzi semmai può farlo in peggio. La verità è che in Italia le norme sono state scritte per non essere capite e nemmeno applicate.

C’è solo una strada: quella di riprendere il dialogo e il contatto tra esseri umani. L’Italia deve ritornare ad essere quella prima della “breccia di Porta Pia”, perché l’unità non è mai stata concretamente cementificata. Se fosse stato il contrario, oggi non ci sarebbero distinzioni e non ci troveremmo su un misero lembo di terra calpestato da persone “fantasma”. Gente dimenticata da Dio e usata da individui che antepongono se stessi a tutto il resto.

Qualcuno sta ancora pensando a come tagliare lo Stivale da Roma in giù. Il più intelligente è stato il leader dei Giussano a spada tratta, che, dopo tante fatiche, ha fatto un nuovo Stivale cancellando dal simbolo la parola “Nord”. È l’ennesima carnevalata, perché il Nord non è mai stato Italia, altrimenti non ci sarebbe il Sud e le Isole sarebbero affondate. E quelli del meridione sarebbero cittadini dell’Africa del Nord.

Ebbene, in anni di millantati “governi” mai votati dai cittadini, ecco che finalmente ci chiamano in cabina per un nostro tratto di matita indelebile che deciderà le sorti future del Bel Paese, decimato, non da guerre, ma da burattini al comando che sono peggio della Prima e Seconda guerra mondiale messe assieme.

Nei conflitti bellici vi sono morti da ambo le parti e vi è un ideale per cui si combatte: la libertà dagli oppressori per difendere i principi della democrazia. Ma noi, ormai da anni, siamo numeri e in molti casi anche zavorra da accartocciare per dare maggiore luminosità al buio dei poteri cosmici che non trovano rigo nella Carta Costituzionale.

Da cittadini siamo infatti costretti ad assistere ad una rappresentazione teatrale: il sipario si alza ed ecco i personaggi, alcuni appartenenti ad epoche in teoria ormai dissolte nel tempo, ma che ancora si affacciano e s’impongono con una vecchia retorica ormai simile ad un ingranaggio paralizzato dalla ruggine.
Sono ancora le maschere che promettono il benessere a tutti e che, con parole rassicuranti, raccontano l’illusione di un mondo di sogni sempre più teorico. La sensazione è quella di avere davanti delle persone che vogliono essere trattate da santi quando invece di professione bestemmiano.

Ma gli strali passano per le penne bugiarde. La falsa politica non ha fine, il triste sipario con il “trucco” in ogni trasmissione televisiva appare come una sorta di pestilenza distribuita insieme alla promessa di cambiare quel che resta del Paese che un tempo ha pensato e fondato la Comunità Europea.

Se ci si riduce alla recita dal pulpito, a questo pietoso scempio delle coscienze solo perché si brama il potere in poltrona e magari la possibilità di usarlo contro la democrazia, viene da preoccuparsi. Ormai ci stiamo domandando a cosa porta ha tutto questo?

Spiegateci che senso ha ridurre l’Italia ad una sorta di desolato deserto, non più produttivo e non più competitivo. Dobbiamo evitare che gli italiani possano credere che la politica viaggi sempre nella medesima direzione, condizionata governi inermi, inattivi e sordi alle richieste dei cittadini.

Noi vorremo evitare di essere costretti, ancora una volta, a guardare indietro senza girare la testa. Nessuno dimentichi che “la livella” è ancora maledettamente attuale, e prima o poi ci tocca recitare tutti.