FISCO VIOLENTO

Lug 29, 2013 | News

Oramai per chiudere la folle rappresentazione del fisco italiano manca solo che i soldati si presentino in assetto da guerra davanti alle abitazioni dei cittadini e si mettano a prelevare quelli insolventi. L’accanimento della tassazione e della burocrazia contro i piccoli imprenditori sta rasentando i limiti e la tensione sociale sta crescendo in maniera pericolosa e imprevedibile.
Mi riferisco al pericoloso crescendo di vessazioni burocratiche e ruvide verifiche fiscali, una miscela esplosiva che suscita inevitabilmente reazioni sempre più intolleranti da parte di chi le subisce.
In questi giorni la cronaca ci ha fornito due casi clamorosi: il primo è la serrata dei negozi Dolce & Gabbana per protestare contro l’atteggiamento del Comune di Milano che, dopo una condanna di primo grado per evasione fiscale del tutto opinabile, ha ritenuto i due stilisti come se già passati in giudicato e li ha trattati come reietti; il secondo è l’indignata reazione a Padova del titolare di un P.I. ad un controllo di Inail, Asl, Direzione provinciale del lavoro, Inps, Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza e Guardia forestale (20 persone in totale) per verificare la regolarità di un cantiere (30 addetti di aziende terze) in cui a fine 2012 sono iniziati i lavori per un nuovo impianto di IV e V gamma. Il “blitz” si è concluso con 75 pagine di verbale nel quale si contesta solo la mancanza di qualche badge per alcuni lavoratori.
Ma queste vicende, talvolta finite sotto i riflettori per via dei nomi famosi che hanno per protagonisti, sono solo la punta di un iceberg enorme in cui sono mischiate pratiche burocratiche cervellotiche, lungaggini amministrative di tipo medievale, controlli fiscali inutilmente plateali e sempre più spesso rivolti a chi le tasse comunque le paga e magari commette errori formali.
Sul fisco anche il Pd (Fassina) si è accorto della necessità di distinguere tra la dimensione criminale del fenomeno evasione e quella dovuta allo stato di necessità, a detrazioni di costi indebiti o a errori (quasi sempre ascrivibili a norme che si negano reciprocamente e a procedure complicatissime). Questa considerazione ovviamente non è volta a giustificare un fattore di grave arretratezza culturale e di inciviltà troppo diffusa nel paese, ma è solo funzionale a chiedere alla pubblica amministrazione di adottare misure più chiare e allo stesso tempo comprensive verso coloro che sono in gravi difficoltà.
Pochi giorni fa la CGIA di Mestre ha ricordato che in Italia ci sono 3 milioni e 400 mila lavoratori in nero che producono 120 miliardi di ricchezza (8% del PIL) sottraendone all’Erario 48 miliardi. Ma se nello stesso tempo è vero che siamo il paese europeo e dell’Occidente con il più alto carico fiscale (per chi paga), immaginare che tra le due cose ci sia una relazione di causa ed effetto è davvero considerabile un pensiero politicamente scorretto? E in una fase di recessione come questa è una bestemmia dire che una parte consistente dell’evasione è finalizzata alla pura sussistenza, e che trattarla, sul piano culturale prima ancora che pratico, come se fosse uguale a quella del criminale incallito è un tragico errore?
Ad alcuni sembrerà banale, ma non ci vuole un genio o un premio Nobel per capire che fermare questo circolo vizioso farebbe innescare la ripresa più di qualunque altro provvedimento.

Rocco Tiso