I pericoli del Monopoli agricolo

Apr 23, 2012 | News

Mentre i piccoli agricoltori continuano a pagare gli effetti della crisi economica, il crollo del mercato interno, l’aumento dei costi di produzione e delle imposte, le multinazionali e le grandi aziende si equipaggiano per non perdere la propria capacità di orientare la domanda e di veicolare l’offerta. I dati sulle variazioni del comparto agroalimentare italiano negli ultimi dieci anni sono chiari al riguardo: le attività agricole con terreni di meno di 30 ettari sono diminuite di 700 mila unità, al contrario quelle con terreni superiori a 100 ettari sono aumentate del 23%. Questi numeri certificano il decadimento della piccola agricoltura, quella a conduzione familiare che ha reso celebre l’enogastronomia italiana. Anche l’evoluzione giuridica delle aziende agricole: – 6,5% nel caso delle aziende individuali e + 123,5% in quello delle società di capitali, rimarca una chiara tendenza internazionale, seppur nelle sue differenze da paese a paese.

Tra i vantaggi di avere aziende più vaste come dimensioni e come quote di mercato c’è sicuramente la possibilità di un comparto agricolo più snello e agile. Ma gli interrogativi su cosa questo possa rappresentare in futuro, senza specifiche regolamentazioni, possono anche essere inquietanti.

I fenomeni più pericolosi in tal senso sono quelli del Land e del Water Grabbing. Queste pratiche economiche, che consistono nell’acquistare terreni dei paesi in via di sviluppo da parte di multinazionali, governi o singoli soggetti, mettono a serio rischio il libero accesso alle terre e la diversità delle produzioni agricole. La gravità del rischio è esplosa in tutta evidenza tra il 2007 e il 2008, quando il crollo dei prezzi agricoli ha reso queste operazioni piuttosto convenienti. Secondo l’organizzazione Oxfam sono oltre 227 milioni gli ettari già acquistati o affittati a lungo termine che possono facilmente rientrare nel processo di accaparramento delle terre, praticato soprattutto nel Sud del mondo.

A preoccupare però, come già accennato, è anche la pratica intrinseca al Land Grabbing: quella del Water Grabbing. Se si considera che il 70% delle risorse idriche provenienti da fiumi, falde e laghi sotterranei servono per l’irrigazione dei terreni e che le stime dicono che nei prossimi 30 anni la percentuale salirà all’80%, è facile immaginare il rischio che la proprietà del bene comune acqua coincida con i possessori dei terreni nelle quali scorre.

Le motivazioni più utilizzate per avallare questi processi di privatizzazione delle risorse comuni sono quasi sempre legate all’improduttività delle terre e all’incapacità di utilizzo delle risorse idriche. Motivazioni vere considerando che circa il 50% dell’acqua estratta viene sprecata e che molte terre finiscono in disuso. Ciò nonostante però, e dovrà essere questa la forza della battaglia di coloro che intendo opporsi a questi processi, non è in alcun modo detto che un modello di gestione regolamentato sia meno virtuoso della privatizzazioni indiscriminate a vantaggio degli speculatori, anzi è spesso detto il contrario. In questi anni è stato derogato quasi tutto a piccole e grandi lobby per poi contemporaneamente lamentare le eccessive diseguaglianze sociali e gli enormi conflitti di interesse. E’ giunta l’ora che le istituzioni si assumano le responsabilità per le quali sono state pensate e create, varando e applicando leggi che tutelino gli interessi, non di pochi, non di molti, ma di tutti.