L’ALTRA FACCIA DELLA CRISI

Ott 11, 2012 | News

L’epoca in cui la crisi veniva definita una piccola ventata di aria fredda e qualcuno vedeva i ristoranti sempre pieni al punto da denunciare la perenne assenza di tavoli liberi, è ufficialmente finita. Ora gli effetti della fase recessiva sono chiari a tutti e le fumose dichiarazioni ottimistiche sono state sostituite da schizofrenici tentativi di salvataggio del sistema che ci ha condotti fin qui. E’ forse proprio questo il problema, la ricerca di una soluzione che permetta di mantenere uno status quo che si è rivelato fallimentare e colmo di disuguaglianze.

Eppure qualcuno, al tempo in cui il crollo economico bussò per la prima volta alla porta di casa Italia, lo aveva detto: la crisi non è solo un male se presa nel modo giusto, è anche un’opportunità di cambiamento; un momento di pausa che può portare le economie mondiali a ragionare sul concetto di sviluppo e progresso. Poche settimane dopo però queste voci sono divenute sempre più isolate e infine dimenticate. Ora quello che conta è impedire alla barca di affondare e non importa se è già scritto che tra qualche anno saremo di nuovo nelle stesse condizioni. Ed è così che il nastro della crisi morale, politica ed economica continua a girare ininterrottamente come un loop dal quale si rimane ipnotizzati a vita.

Certo, alcuni buoni propositi ci sono ancora, ma propositi appunto. Tutti riconoscono il valore del primario italiano, l’unico settore che, in una serie di dati negativi sviscerati dall’Istat in questi anni, ha fatto registrare qualche più. Ma se poi si vuole che la stima e l’ammirazione si trasformino in azioni concrete, beh no, non ora, per quello bisognerà aspettare il futuro. E allora la domanda che viene spontanea è la seguente: per quale motivo non si vuole ammettere che l’agricoltura è la vera economia del futuro?

Una delle possibili risposte, o almeno una di quelle che a noi sembrano più “plausibili”, è che dietro la mancata ammissione della chiara evidenza ci sia la paura di dire che il futuro si nasconda dietro le piante di grano, sotto i germogli, tra le foglie degli alberi. Questo significherebbe infatti dover dire che i clan-clan che provengono dalle fabbriche non sono i suoni della scienza che avanza, ma rumore, significherebbe dire che le nubi inspiegabili sulle città sono inquinamento, significherebbe dire che non è vero che non esistono più la mezze stagioni, ma che siamo noi che abbiamo fatto impazzire il clima. In sintesi significherebbe dire che in questi anni non abbiamo fatto passi in avanti, ma una corsa all’indietro.