MENO ZAPPE E PIU’ LIBRI

Lug 30, 2019 | News

“Prima chi pensa coltiva e lavora, poi ferraglie – computer – robot”

Il 19 luglio, Susanna Tamaro e Andrea Segrè hanno rinnovato il loro appello, (segue il precedente di un paio d’anni orsono) – alle istituzioni – riportato sul Corsera – teso a favorire il lavoro agricolo. Secondo gli autori, “quella dell’agricoltura potrebbe essere una buona opportunità soprattutto per i giovani in cerca di occupazione. Sia perché esistono possibilità di lavoro, sia perché, a loro avviso, in questo modo si contribuisce a ridurre “il continuo abbandono di terre fertili, il conseguente dissesto idrogeologico e la crisi ambientale”.

A oggi l’invecchiamento degli agricoltori, l’aumento dei costi di produzione, la scarsa formazione e l’eccesso di burocrazia sta danneggiando la nostra agricoltura. In Italia il 41 per cento dei contadini italiani ha più di 65 anni e solo il 4 per cento ne ha meno di 35. Percentuali simili si trovano solo in Spagna, mentre in Germania e Francia le percentuali di giovani e anziani sono simili e si aggirano attorno al 10 per cento. Qualcosa però è iniziata a cambiare: le imprese agricole condotte da under 35 sono salite a 57 mila (fonte Coldiretti). Nonostante questo primato europeo però le nostre aziende subiscono un ritardo tecnologico rispetto alla media europea, a causa, soprattutto, della loro grandezza medio piccola e del susseguente ridotto budget per investimenti. In Italia solo il 22 per cento delle imprese ha investito in strumenti per l’agricoltura 4.0 negli ultimi tre anni (dato Nomisma). L’identikit dell’azienda al passo coi tempi è un’impresa del nord Italia, gestita da giovani, laureati o periti agrari, con un fatturato di oltre 50.000 euro.

Non esattamente il prototipo di impresa agricola italiana, che in media è più povera e gestita da adulti e anziani con meno diplomi di un giovane imprenditore. Sul Corriere Susanna Tamaro e Andrea Segrè invita no le più alte cariche dello stato ad investire sulla agricoltura con un “reddito di contadinanza”, che si fonderebbe su tre leve. La prima è la formazione, “va promosso un patto con le scuole agrarie superiori e universitarie affinché possano offrire, gratuitamente per i beneficiari, dei corsi per imprenditori agricoli direttamente sul campo”. La seconda leva concerne il reddito vero e proprio. Un assegno limitato nel tempo che permetta al giovane imprenditore di non affondare prima che l’impresa generi i primi frutti. L’ultima leva riguarda la semplificazione burocratica-amministrativa, che ha costi economici e di tempo rilevanti, i quali possono compromettere le performance dell’azienda.

Proprio su questo punto tutti i passati governi hanno fatto promesse che non sono state mantenute. Ecco conclude l’appello, una delle tante concause che hanno contributo ha rallentare lo sviluppo dell’agricoltura e quindi la debacle dei giovani.Purtroppo nei fatti la situazione è più complessa di come la si descrive. Il più grosso finanziamento alle imprese agricole gestite da giovani proviene dal “Pacchetto giovani”, una finestra di finanziamenti che fanno parte del Piano di Sviluppo Rurale (Psr) cofinanziato da Unione Europea e stati membri. I fondi del Psr nel periodo 2014-2020 ammontano a 20 miliardi, mentre i singoli contributi (in passato prestito d’onore) oscillano in base alle Regioni da 20 mila ad un massimo di 70 mila euro a persona.

Un meccanismo che fino al pacchetto 2013, ha generato insediamenti temporanei, in quanto in poco tempo le start – up chiudevano. Successivamente, c’è stata una diversa impostazione delle richieste, che per la complessità, seleziona a monte, le istanze, con il risultato che si chiude prima di aprire. Quindi, i soldi ci sono, ma non vengono spesi e tornano a Bruxelles. Poi la parola, va alle solite note, che bocciano l’idea del “reddito temporaneo” proposto in favore delle nascenti neo imprese, per via della complessità di conoscenze che oggi richiede il sistema agroalimentare, e non solo nelle tecniche di coltivazione. Nei tempi post moderno, incidono non solo il costo del la terra ma i fattori determinanti sono diversi.

Qui alzano la voce quelle che contano suggeriscono che: la politica deve investire in quei settori strategici dove l’Italia si trova in svantaggio rispetto agli altri paesi. Prima di tutto nelle infrastrutture. “Coltiviamo prodotti di altissima qualità, ma non riusciamo a farli arrivare sulle tavole dei consumatori esteri perché mancano le infrastrutture dei trasporti. Proseguendo il monito diventa sempre più serio:”L’altro settore in cui è necessario un aggiornamento è quello tecnologico. “Oggi abbiamo accesso a tecnologie di precisione che ci permettono di produrre frutta limitando l’uso di agenti chimici. Non è solo un fatto di qualità del prodotto e quantità del raccolto. Studiare le nuove tecnologie ci permette di inquinare di meno e allo stesso tempo essere più competitivi sui mercati esteri”. Ma nel nostro paese non si investe in ricerca, quindi ci ritroviamo a rincorrere gli altri stati. “Siamo ancora legati a una concezione obsoleta dell’agricoltura”, meno zappa e cappello di paglia, bisognerebbe fargli rimettere la testa sui libri”.

Tutto sottoscrivibile se non fosse che queste cose le dicono da anni e da anni nessuna parola sulle condizioni sociali e sulla qualità della vita de nostri giovani – vecchi agricoltori. Il domani non è solo carpenteria metallica e nemmeno macchine parlanti anche se volano, seminano e raccolgono, il sistema cresce solo perché c’è l’uomo.

Prima chi pensa coltiva e lavora, poi ferraglie – computer – robot.

(fonte il foglio.it)