UN CONTADINO NEL PALAZZO: IL MONDO È GRANDE, MA PICCOLO PICCOLO.

Ago 27, 2015 | News

Con i calzoni corti, una “borraccella” d’acqua, di quelle perse nelle campagne dagli “ALLEATI” dopo la II guerra mondiale, un pomodoro e una fetta di pane, a 8 anni tutte le mattine non dopo delle 4 seguivo mia madre a piedi per raggiungere contrada “Magliana”, una zona tutta pianeggiante, ricca di campi di grano da poco mietuto da squadre di “mietitori” provenienti dai paesi dove il grano era maturato prima e già tutto raccolto.

Siamo nel sud – Appennino Dauno – a trenta km dal tavoliere delle Puglie, meglio noto come il “granaio d’Italia” nella stagione della “mietitura”.
In quel tempo le donne aiutavano la famiglia andando per campi a spigolare ed io aiutavo mia madre a cercare spighe di grano.

Ne è passata di acqua sotto i ponti e mentre i miei coetanei seguivano padri e zii che espatriavano in cerca di lavoro, non ricordo bene come, né quando, mi sono ritrovato alla testa dei Contadini-Coloni e Mezzadri – che, in virtù di un editto comunale, rivendicavano il diritto di continuare a coltivare lo stesso appezzamento di terra che il “duca”, certo signore della famiglia delle “treppunte” aveva deciso di vendere proprio per liberarsi dalle rogne.

Fu così che non mi sono più allontanato dall’agricoltura praticata e raccontata e, per una serie di circostanze, nel 1969 fui chiamato a Roma per organizzare i contadini moderati e meno propensi a seguire i tradizionali vicoli che inesorabilmente portavano alle fauci della Balena Bianca. Insomma per farla breve, con la scissione del ‘69 dei socialisti, furono costituite due associazioni agricole: UCI e AIC. La prima vicina al PSI, la seconda legata al PSDI.

Una vita nei campi, tra assemblee e manifestazioni.
In quegli anni c’erano ministri Agricoli del tipo Marcora, fino a Pandolfi che, nominato commissario Europeo nel 1991 a Bruxelles, mi conferì proprio il premio Marcora per l’agricoltura.

Invero, i rapporti con le altre sigle professionali agricole erano proficui e costruttivi, molto diversi dai corpo a corpo di oggi e, benché piccola organizzazione, frequentemente salivamo le scale del palazzo di via XX Settembre 20. Noi per stare sempre al passo ed in condizioni di informare il territorio sulle novità di Bruxelles, altri già a quel tempo condizionavano le scelte di politica agricola, in quanto i nostri On., per certi versi, erano costretti a subire per mamma “voto”.

Nel 1988 da presidente nazionale dell’Associazione Italiana Coltivatori ho seguito il progetto “Aquila” di Lobianco, presidente della Coldiretti post Bonomi, nel tentativo di salvare la FEDERCONSORZI dal crack che, puntualmente, arrivò nel 1991 con Goria ministro dell’agricoltura (mille volte mille milioni!).

Intanto era nata EUROCOLTIVATORI, che veniva invitata agli incontri ministeriali e sempre costantemente presente nelle commissioni agricoltura di Camera e Senato.
Con lo stesso Berlusconi le parti sociali venivano coinvolte, fino all’avvento dei “rottamatori”, le Istituzioni avevano una parvenza di democrazia. Di fatto oggigiorno di democrazia nemmeno a nominarla e negli ultimi due anni è data per dispersa.

Certamente ha preso potere la “semplificazione”, intesa più come “togliti tu che mi metto io” e poi “quelli che lavorano la terra e producono non contribuiscono e non si coniugano con la visione avveniristica dell’”acronica”, il futuro è l’Export e lì bisogna intervenire. In pratica chi lavora per offrire prodotti agricoli sempre migliori e di qualità eccellente, è soggetto atavico, non funzionale alle bellezze del paesaggio, né rientra nel budget per la crescita e lo sviluppo del paese. Eppure lo stivale contiene tante agricolture che presentano “peculiarità differenti” ed in alcune aree del sud, l’agricoltura è snobbata sia dalle istituzioni locali, in primis le Regioni e a seguire province e comuni che fanno da cuscinetto da una inesistente “piattaforma agricola nazionale“sbandierata da quelli di via XX Settembre, che ringraziano.

Mi sono messo di buzzo buono ed ho pensato di andare personalmente al “PALAZZO AGRICOLO” per sensibilizzare chi è preposto, in ordine al clima di disperazione che sta contagiando la quasi totalità delle aziende agricole a sud della Capitale.

Alcune zone del centro di Roma le frequento da tempo, per cui sono arrivato nell’androne del ministero agricolo facilmente. Faccio per entrare, esibendo un documento di riconoscimento, ma l’addetto all’uscio mi chiede… “Dove va? Con chi ha appuntamento? e a quale piano?”.

L’imbarazzo è tanto, ma prontamente mi presento, cito la Confeuro che rappresento e, senza titubanza, rispondo. “Alla segreteria del ministro!”. “Si ma con chi?”.. Insiste l’omino dell’ingresso, dopo un attimo di smarrimento, “Proprio con il ministro! e continuo “O con il Capo della segreteria, ma va bene anche il capo di Gabinetto!”. “Attenda un momento!”,
“Ci mancherebbe, faccia con comodo”.

Intanto tra “Pronto Signore” e “Mi dica dottore”, è quasi passata 1 ora. Tutto tace, anche i militari della sicurezza non sono loquaci.
Improvvisamente squilla il telefono, subito risponde il titolare dell’ingresso: “Mi dispiace ma mi confermano che, se vuole parlare con il gabinetto del ministro deve fare richiesta scritta, motivando perché e quali sono le ragioni. Sarà ricontattato per l’appuntamento”.

Resto di stucco, sbrigativamente l’addetto all’uscio mi restituisce il documento e nello stesso tempo, “Buona giornata dottore!”. Prima di andarmene domando: “Anni fa c’era lo spaccio dove si vendeva di tutto, dalle scarpe, borse, vestiti, e tanto altro, mi ricordo che facevano anche ristorazione “Posso scendere a …….” … “Come no, si accomodi! anzi l’accompagno! ci sono dei nuovi arrivi molto interessanti!”. Tra me e me pensavo di salire dal ministro e mi ritrovo a scendere nei sotterranei. “Dottore non è cambiato niente, qui trova sempre tutto!”. E ancora tra me e me … “Vuoi vedere che Martina sta sorseggiando un bicchiere di Brunello di Montalcino!”.

Rocco Tiso